Nadef, Malan (FDI): Dati crescita per il 2021 non veritieri

Signor Presidente, questa Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, come spesso succede a questo genere di documenti, è molto bella nella presentazione, nella narrazione e nelle previsioni (abbiamo tantissime belle previsioni), ma in quello che possiamo toccare con mano le cose sono assai diverse. I media, che sono schierati quasi tutti in totale acritico supporto al Governo, hanno decantato in particolare lo spettacolare incremento del prodotto interno lordo, stimato al 6 per cento per quest’anno. Dobbiamo vedere se ci si arriverà, ma noi speriamo che sia a questo livello, perché Fratelli d’Italia è innanzitutto a favore dell’Italia, non di questo o di quel Governo; anzi, noi speriamo che sia anche di più del 6 per cento.

L’altra cosa che ci viene detta, molto rafforzata dai mezzi di informazione, è che addirittura il debito pubblico scende: un miracolo straordinario, annunciato molte volte nel corso degli anni e mai avvenuto, per la verità, se non molto tempo fa. Pertanto, che avvenga adesso in un periodo così difficile sarebbe veramente un’occasione straordinaria e degna della massima lode per chi l’avesse determinata.

Andiamo però a vedere le cose come stanno. Allora, sull’aumento del 6 per cento del prodotto interno lordo c’è un problema: questo aumento – che dobbiamo ancora verificare ma che è previsto – viene dopo una discesa del 9 per cento nel 2020, per cui questo recupero del 6 per cento è parziale. Tra l’altro, il saldo non è il 3 per cento, perché quando si scende del 9 per cento si scende da 100 a 91, e il 6 per cento di 91 non è 6, ma un po’ di meno. Pertanto, sempre supponendo che questa previsione sia corretta, siamo ancora a meno 3,6 per cento rispetto a due anni fa.

Tra l’altro, la discesa del prodotto interno lordo del 9 per cento l’anno scorso, come sappiamo bene, è sì legata alla questione della pandemia, un fatto indubbiamente al di là del controllo in sé dei Governi, ma guarda caso l’Italia è il Paese che ha avuto il più grande calo di prodotto interno lordo di tutta l’Unione europea. E sì che ci sono ventisette Paesi, alcuni con economie deboli e in situazioni difficili che hanno anch’essi avuto un gran numero di morti, di contagiati e di ricoverati a causa del Covid. Tuttavia, pur essendo tutti coinvolti nella stessa pandemia, l’Italia ha avuto un meno 9 per cento del PIL (secondo alcune valutazioni, meno 8,9 per cento); la Francia, che è il Paese peggiore dopo l’Italia, meno 8,1 per cento, cioè quasi il 1 per cento meglio dell’Italia; la Svezia meno 2,9 per cento; addirittura l’Irlanda è salita del 3 per cento.

Si può quindi notare che il rigore straordinario osservato dai precedenti Governi – bisogna dire che nel 2020 non c’era il Governo attuale – si è sicuramente riflettuto in un calo spettacolare del PIL e dunque della ricchezza del Paese, con tante aziende che sono state in difficoltà, altre hanno chiuso o hanno spostato le loro produzioni, e ci sono stati tantissimi posti di lavoro persi. E questo di fronte a numeri della pandemia che non sono assolutamente migliori degli altri Paesi, anzi sono spesso peggiori sia per quanto riguarda la mortalità che la letalità.

Un secondo aspetto di cui pure si è molto parlato è l’incredibile calo del debito pubblico del 2021. Non sappiamo come finirà il 2021, ma sappiamo come sono andati i primi sette mesi, e questo non da qualche organo di informazione sovversivo di opposizione o chissà cosa, ma dai dati della Banca d’Italia. Tali dati ci dicono che nei primi sette mesi di quest’anno il debito pubblico è aumentato di 152,9 miliardi: è il più grande aumento della storia del nostro Paese; mai c’era stato un aumento così alto in tutta la nostra storia. Nel 2020 ci fu sì un indebitamento di 163 miliardi, ma nei primi sette mesi era stato un po’ meno di quello di quest’anno (151 miliardi).

Allora come è possibile che si dica che il debito pubblico scende quando è salito più di quanto sia cresciuto nella storia d’Italia?

È possibile perché si ricorre al rapporto tra il debito pubblico e il PIL e cioè essendoci questa risalita, a seguito della disastrosa caduta dell’anno scorso, in rapporto al prodotto interno lordo previsto ci sarebbe un miglioramento in percentuale. Siccome, però, gli italiani, le aziende e anche lo Stato non pagano le cose che devono pagare in percentuale, ma in euro, diciamo le cifre in euro. Il prodotto interno lordo dovrebbe salire del 6 per cento, che corrisponde a circa 99 miliardi di ricchezza in più rispetto all’anno passato. Sono parecchi in meno rispetto a due anni fa, ma perlomeno rispetto all’anno passato sarebbe un miglioramento. Che dire, però, di questo miglioramento di 99 miliardi quando il debito aumenta di 152,9 miliardi? A me sembra un disastro. Se alla fine dell’anno un imprenditore può dire di aver incassato, con la sua attività, 99.000 euro in più dell’anno scorso – tralasciando il fatto che l’anno scorso è stato disastroso – ma contemporaneamente si è indebitato per 152.900 euro, è un anno disastroso, perché nonostante il miglioramento degli incassi, si è impoverito di 53,9 miliardi rispetto a quello che ha guadagnato in più. È una situazione davvero preoccupante. Fare i giochini matematici sul rapporto con il PIL è davvero un po’ preoccupante, perché si vuol far passare che va tutto bene così. Se però è così importante – ed indubbiamente lo è – questo rapporto tra debito e prodotto interno lordo, dobbiamo dire che questo debito, se anche scende – si fa per dire – al 153,6 per cento (queste sono le previsioni) nel corso di quest’anno, due anni fa era al 134, per cui dal 2019 al 2021 avremo un aumento dell’indebitamento del 19 per cento. Voglio ricordare che ci sono stati solo due bienni nella storia d’Italia in cui – in termini percentuali, non in termini assoluti – l’indebitamento è stato maggiore e questi due bienni sono stati il 1918-1920, cioè la Prima guerra mondiale, con tutte le enormi difficoltà che ci sono state dopo (fra cui l’epidemia di spagnola, che fece 100 milioni di morti in tutto il mondo, decisamente molto più del Covid) e il 1940-1942, cioè l’inizio della Seconda Guerra mondiale, con tutto quello che ha significato. Questo vuol dire che in tutti gli altri bienni della storia d’Italia c’è stato un andamento migliore. Anche in questo caso, far passare quello presente per un grande momento va bene per i giornali che sostengono il Governo, ma la realtà purtroppo è molto diversa. Non tutto il PIL è buono, quando il PIL è prodotto da generose donazioni del Governo, che in qualche caso sono dovute e giuste, quando si tratta di rifondere i danni di coloro le cui attività sono state chiuse per leggi dello Stato, ma quando si parla di erogazioni di carattere assistenziale, come il reddito di cittadinanza, non è che sia tutta salute. Siamo in una situazione in cui le nostre aziende e i singoli lavoratori sono messi in gravi difficoltà da una serie di fattori, come l’aumento enorme del prezzo dell’energia che stiamo registrando in questi mesi e che è destinato ad aumentare. Ebbene, l’aumento dei prezzi dell’energia è legato in modo molto significativo alla decisione politica dell’Unione europea, sostenuta anche da questo Governo, di tagliare ulteriormente le emissioni di anidride carbonica, cosa che ha fatto salire i diritti di emissione, cioè le aziende per poter lavorare devono pagare – è scritto nella stessa relazione che abbiamo sott’occhio – da 24 a 61 euro nelle ultime settimane. Questo vuol dire che le nostre bollette sono proiettate ad aumentare ancora.

Come si fa a essere concorrenziali in questa situazione?

Concludo, Presidente, dicendo che c’è qualcosa che qui manca del tutto: c’è un grave deficit che preoccupa, che dovrebbe preoccupare tutti nel nostro Paese, e non è solo quello economico, naturalmente, non è solo debito pubblico; parlo del deficit di natalità. (Applausi). Anno dopo anno, da tredici anni, abbiamo una riduzione delle nascite, e non c’è rimedio perché questo si riflette nel futuro.

Quando i nati nel 2020 saranno nell’età feconda, ci saranno meno nati, anche a parità del tasso di fecondità che è del tutto opinabile che resti uguale. È molto grave, e su questo in questa Nota di aggiornamento non c’è alcunché, se non l’accenno all’assegno unico universale che, come abbiamo già visto, in molti casi riduce sensibilmente quello che hanno molte famiglie, mentre altre famiglie che nulla avevano continuano a non avere alcunché.

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