LIBIA. MALAN: SENZA UN’AZIONE COMUNE EUROPEA DERIVA PERICOLOSA PER INTERESSI ITALIA

Signor Presidente, signor Ministro degli affari esteri, colleghi senatori, la questione Libia è estremamente importante per il nostro Paese, come è stato ampiamente detto: un Paese così vicino a noi dal quale abbiamo molto da temere rispetto a ondate migratorie (e all’arrivo di terroristi, approfittando delle stesse) e in cui abbiamo precisi interessi. Credo lo si debba anche dire: ci sono importanti investimenti italiani, in particolare nel settore del petrolio e del gas; è vero, credo che si possa dire, non possiamo solo pensare che le questioni energetiche non debbano essere menzionate. Ecco perché la Libia necessita di grande attenzione e avrebbe necessitato di un’azione continuativa nel tempo.

Il Governo, lei stesso, signor Ministro degli affari esteri, e il Presidente del Consiglio siete stati molto attivi in questi giorni, in queste settimane, ma, al di là dell’efficacia specifica delle iniziative prese in questi giorni, paghiamo una sostanziale latitanza di anni sull’argomento.

È stato detto più volte, e lo voglio ribadire: Forza Italia crede fortemente che una soluzione in Libia debba essere sostenuta e abbia il suo peso se è quanto più inclusiva possibile. In particolare, essendo membri dell’Unione europea, sarebbe opportuna – sarebbe interesse di tutta l’Europa, non sono dell’Italia – un’iniziativa europea. Ma un’iniziativa europea non c’è stata, signor Ministro: ha detto lei stesso che l’Europa ha lasciato uno spazio libero in cui sono arrivati altri attori internazionali. È vero, però, che chi più di tutti avrebbe dovuto sollecitare in modo pressante e continuo l’Unione europea a interessarsi della Libia avrebbe dovuto essere il Governo italiano (ovviamente non parlo soltanto di quello attuale, che c’è comunque già da quattro mesi e mezzo, ma anche quelli precedenti). Chi, se non noi, doveva premere in sede europea per ottenere un’azione comune. Non è detto che si debba concordare ogni singola posizione. Sappiamo che riguardo alla Libia, per esempio, la Francia ha una sua posizione, ciò però non impedisce di proporre un’azione di mediazione, di pace e di pacificazione, che è certamente interesse non soltanto dell’Italia ma di tutta l’Europa. Purtroppo, le ultime azioni positive strategiche di lungo termine dell’Italia che hanno avuto efficacia sono state quelle di Silvio Berlusconi con gli accordi fatti con Gheddafi e la Libia, che hanno fatto superare all’Italia e agli italiani una fama non certo buona perché, al di là dell’immagine degli italiani “con il cuore in mano”, il nostro passato coloniale in Libia ha visto delle pagine nere. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Non possiamo negarlo; ci dispiace dirlo, ma è la verità. Si riuscì quindi a superare questa situazione, poi, Sarkozy, immediatamente sostenuto – e forse proprio per questo – dal presidente degli Stati Uniti Obama, decise di fare una sciagurata azione che è costata decine di migliaia di morti in quel Paese, non nell’immediato ma per i continui tumulti, guerre e scontri di ogni genere, che ci sono stati negli ultimi anni.

In questa situazione – che purtroppo non si sarebbe dovuta determinare – è necessaria un’azione comune dell’Europa; è estremamente importante per l’Italia. L’Italia, come dicevo, avrebbe dovuto premere per ottenere l’attenzione dell’Europa. I rapporti con l’Unione europea hanno però, per un verso, registrato momenti di scontro inutile – poi si sono visti anche i risultati a livello degli obblighi di bilancio – e, per un altro, assunto la forma di un atteggiamento estremamente accondiscendente perché l’unica cosa che si cercava era una certa manica larga sui nostri deficit di bilancio, in cambio dei quali si lasciava il campo libero su ogni altro settore; tutte queste situazioni evidentemente poi si pagano.

Un Paese così vicino, con tanti interessi e tanti elementi di influenza sulla nostra Nazione, non può essere semplicemente lasciato lì dicendo che, siccome qualunque iniziativa può essere pericolosa, non facciamo nulla. È ancora più pericoloso: l’inazione nel medio termine rischia di essere veramente e direttamente pericolosa, per tutte le questioni di cui abbiamo parlato come gli investimenti, l’instabilità, la migrazione senza freni e il terrorismo. Ecco perché sarebbe necessario e opportuno avere la disponibilità per una missione anche militare. È chiaro che la soluzione non può essere esclusivamente militare, questo l’ha detto anche lei, signor Ministro degli affari esteri. Vorrei completare il ragionamento con quanto detto dal presidente del Comitato militare dell’Unione europea, che è un italiano, il generale Claudio Graziano, che è stato anche Capo di stato maggiore della difesa: la soluzione non può essere militare, ma non può essere priva della componente militare perché, quando ci sono delle forze armate che si scontrano sostenute anche da Paesi esteri, è chiaro che se non c’è disponibilità a essere sul territorio, naturalmente come forza di pace (cosa per la quale l’Unione europea avrebbe la sua credibilità), c’è il rischio che con un attivismo, per quanto intenso, non si ottenga alcun risultato.

In secondo luogo, in particolare quando c’è una missione militare e quando abbiamo dei soldati – peraltro già ne abbiamo in Libia – in teatri che comunque presentano delle problematicità (altrimenti non ci manderemmo dei soldati), è molto importante dare l’idea fondata di un Paese unito.

Forza Italia ha sempre cercato un’azione il più possibile unitaria all’estero, come forza sia di Governo che di opposizione. Diventa difficile farlo, però, quando all’interno delle stesse forze di Governo non c’è unità. Basta vedere quanto successo non più lontano di questa mattina; il ministro della difesa Guerini ha manifestato disponibilità a missioni – in particolare ha parlato dell’Iraq, ma è chiaro che lo stesso discorso si può fare per la Libia – e una possibile missione NATO, visto che siamo tra i Paesi membri più importanti, vorrebbe dire avere anche soldati italiani, e poi, subito dopo, il sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale Di Stefano non soltanto si è detto contrario, ma ha anche definito quanto espresso dallo stesso Ministro un avventurismo.

Tutto ciò indebolisce la posizione, sia a livello diplomatico, sia per un’eventuale presenza di italiani, che in alcuni casi non è eventuale, ma è corrente e attuale, in particolare in Iraq e Libia, di cui ci occupiamo oggi. Questo è un vero problema che rende più difficile anche quella doverosa disponibilità – altrimenti sarebbe doverosa – a essere presenti anche con un’azione militare, perché la componente militare non si può trascurare in una situazione di tal genere, che è degenerata per le ragioni che ho sinteticamente espresso.

Signor Ministro, per quanto riguarda la questione dell’Iran e dell’Iraq – è diventato quest’ultimo una sorta di dépendance dell’Iran – ho ascoltato con attenzione le sue parole, per molti versi anche condivisibili, volte a cercare soluzioni non traumatiche e così via. Mi permetta però di evidenziare che ho trovato eccessiva la sua attenzione nel non pronunciare mai una parola diversa per i due principali protagonisti di quanto è accaduto in questi giorni, e cioè gli Stati Uniti e l’Iran.

Dico ciò con tutto il rispetto in primo luogo per il popolo iraniano, che vede tanti dei suoi giovani manifestare coraggiosamente contro il regime – anche questo è stato omesso da quasi tutti – e non si tratta di casi isolati, anche perché 5.000 o 10.000 giovani a Teheran magari pesano molto di più di 600.000 che manifestano altrove. Anziché ricevere un incoraggiamento, quei 5.000 giovani – se sono 5.000, ma spesso sono molti di più – sono persone che rischiano la vita. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Solo negli ultimi due mesi 1.500 persone sono state uccise dalle forze che da noi si chiamerebbero forze dell’ordine, ma che in realtà sono forze della tirannia. Hanno ucciso 1.500 persone e altre migliaia sono finite in carcere, dove non ricevono un trattamento come quello riservato da noi, ma rischiano e spesso subiscono torture e incarcerazioni, non si sa quanto lunghe.

Dunque non possiamo tenere un atteggiamento di equidistanza. Ricordiamo anche che il generale Soleimani era a capo non di una brigata o di una divisione qualsiasi, ma di una brigata che si occupa delle operazioni militari all’estero. Ricordiamo che ci sono tre tipi di operazioni militari all’estero. Ci sono le missioni di pace, in cui – per esempio – è impegnata l’Italia. Ma, siccome l’Iran non fa missioni di pace, restano due cose: la guerra e il terrorismo. Pertanto, non era un simpatico generale, per quanto sicuramente intelligente e capace, ma era il capo di una forza particolare che continua a esserci.

Concludo dicendo che apprezzo che il Ministro abbia affermato che, nel dialogare con l’Iran, dobbiamo essere coscienti delle differenze esistenti su alcuni punti. Avrei apprezzato, però, che avesse citato, tra i punti in cui abbiamo dissenso con quel Paese – e «dissenso» mi sembra una parola da poco – il fatto che l’Iran costantemente non solo minaccia, ma promette anche di annientare lo Stato di Israele. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC). Si tratta di uno Stato che fa parte delle Nazioni Unite da prima dell’Italia e comunque bisognerebbe evitare in ogni caso un tale fatto, se non altro per questioni pragmatiche, perché si tratta di uno Stato che, nel caso, sa reagire. Pertanto, oltre che per la decenza e per questioni umanitarie e di valori, ricordando che Israele è l’unico Stato democratico di tutta quell’area, bisognerebbe evitare tutto ciò anche per questioni di opportunità. Destabilizzare una regione non è una cosa positiva, qualunque sia il modo in cui ciò viene praticato. (Applausi dal Gruppo FIBP-UDC. Congratulazioni).

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