Inchiesta sul rapimento e la morte di Aldo Moro: che sia un’occasione, per i mezzi di informazione, di rammentare alcuni fatti – curiosamente – mai ricordati

Tre su tutti: i patrioti di Stay Behind, il massacro di Fiumicino nel 1973 e l’accordo con le organizzazioni estremistiche palestinesi

Intervento in Aula nella discussione sulla Relazione, approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta, sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,

tra un anno saranno trascorsi quarant’anni dal rapimento e dall’uccisione dell’onorevole Aldo Moro.

Qualcuno sicuramente critica la scelta di fare una Commissione d’inchiesta su queste vicende. Indubbiamente è una scelta discutibile ma, per quanto concerne il lavoro della Commissione, voglio ringraziare i suoi componenti per il lavoro svolto, a cominciare dal Presidente ma anche tutti i componenti, perché dalla relazione emerge un impegno nel tentare di dare un quadro oggettivo di quanto la Commissione ha fatto. Poi, naturalmente, da lì ciascuno potrà trarre le sue conclusioni.

Il lavoro della Commissione consente di parlare ancora di questa vicenda che, curiosamente, è un po’ ignorata dai media. Non tanto la vicenda in sé, perché tutti hanno sentito parlare – e ci mancherebbe – del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, anche se troppo spesso ci si dimentica dell’uccisione degli uomini della sua scorta. Ciò di cui ci si dimentica è il quadro delle vicende ad essa collegate. Sembra infatti impossibile, anche per una certa amnesia dei grandi mezzi di informazione e di produzione della cultura di massa, che in un periodo di tempo non così lontano la situazione fosse tale per cui nel nostro Paese c’erano coloro che sostenevano il blocco dell’Unione sovietica. Come è stato ampliamente accertato anche da altre Commissioni parlamentari d’inchiesta, questo blocco aveva dei precisi piani di invasione militare dell’Occidente: in particolare dell’Italia, con particolare riguardo alla Pianura Padana. In questo ambito, esistevano varie correnti ideologiche che erano, più o meno, a favore di una variamente interpretata rivoluzione proletaria. Per alcuni il modello era la Cina di Mao, per altri era la rivoluzione russa del 1917, per altri il modello era quello cubano o quello vietnamita e, per alcuni, era addirittura il modello cambogiano. Per la verità, tutti modelli che hanno generato migliaia, quando non milioni, di morti. In questo ambito, c’erano vari modi di interpretare questa tensione verso la rivoluzione proletaria. All’epoca, negli anni Settanta e Ottanta, quando si parlava di Brigate Rosse, la maggior parte dei mezzi di informazione parlava di “sedicenti Brigate Rosse”. Ricordiamo qui che all’epoca il colore del Partito Comunista era il rosso e non certo l’azzurrino o altri colori. Il senso di tale affermazione era che dicevano di essere rosse ma, in realtà, erano frutto di chissà quali macchinazioni di Servizi segreti americani e di ambienti di destra che si facevano passare per ambienti di sinistra. A quarant’anni di distanza, è bene ricordare che le Brigate Rosse erano proprio rosse. Questo non vuol dire che tutti coloro che credevano negli ideali di sinistra, socialisti e comunisti, vi fossero accomunati: ovviamente no. Ma erano un movimento di sinistra. Ovviamente di estrema sinistra, ma i suoi esponenti venivano tutti da vari ambienti della sinistra. Questo non vuol dire che la sinistra fosse favorevole alle Brigate Rosse. Anzi, alcuni suoi esponenti le hanno combattute. Ma il punto è che le Brigate Rosse non erano “sedicenti”, ma proprio rosse, di un rosso particolare, al quale gran parte di coloro che militavano nella sinistra non erano assolutamente partecipi. Ma così era. Quella era la realtà.

Perché rapirono Aldo Moro? Perché, nell’ambito della loro ideologia, Aldo Moro era il promotore di quello che all’epoca era definito il “compromesso storico”, cioè l’accordo tra la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista – di gran lunga i due maggiori Partiti di allora, che insieme raccoglievano circa il 70 per cento (a seconda delle elezioni) dei consensi. In quanto promotore di questo accordo – che, proprio nell’anno 1978, sfociò in un Governo che doveva avere l’appoggio esterno del Partito Comunista – Aldo Moro era visto come il nemico della vera rivoluzione proletaria. Non si può, infatti, fare la rivoluzione proletaria alleandosi con il Partito che rappresentava gli avversari. Il Partito che era considerato, e che era, filo occidentale, filoamericano e certamente non favorevole alla rivoluzione proletaria. Secondo questi estremisti, se l’accordo fosse giunto a buon fine, non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione proletaria – che ha bisogno di grandi masse. La folle ideologia di questi signori era colpire l’accordo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, in modo che almeno una parte del mondo che faceva capo al Partito Comunista – parliamo di un Partito grandissimo che, con i voti di allora, oggi sarebbe il Partito più grande, pur essendo all’epoca solo il secondo – potesse essere coinvolta con grandissime risorse e tutto un apparato economico accanto, con grandissime entrature nel mondo della cultura e dell’informazione. Con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro si proponevano di rendere ancora possibile la rivoluzione proletaria. Può darsi che ci fossero degli infiltrati esterni nelle Brigate Rosse, ma il grosso della militanza di quel movimento e gruppo terroristico era questo. L’hanno fatto per questi ideali. Poi qualcuno si è infiltrato ed è riuscito a indirizzarli in un modo o in un altro, ma questi erano gli ideali. Le Brigate Rosse erano rosse.

Un altro aspetto della vicenda è quello di una possibile convenienza per l’Unione sovietica di andare in quella direzione per le stesse ragioni delle Brigate Rosse, sia pure con un profilo di ben diversa portata. Apprezzo che nella relazione sia citata la vicenda della sparizione della misteriosa cassaforte o armadio del Ministero della Difesa, dove c’erano diverse cose. Secondo alcune ipotesi formulate durante il lavoro della Commissione Mitrokhin nella XIV legislatura, tra queste cose c’erano delle carte importanti riguardanti l’organizzazione delle nostre difese militari nell’area di Nord Est, che era quella da cui sarebbe dovuto arrivare l’attacco del blocco sovietico se questo si fosse verificato e, in particolare, dal Brennero. Era pensabile che l’attacco arrivasse dalla zona del Friuli-Venezia Giulia. I piani sono stati poi rivelati, ma i mezzi di informazione non vi hanno dato alcun peso – forse perché nei mezzi di informazione tanti militavano all’epoca in formazioni di sinistra, spesso molto estreme e vicine all’ideologia e alle persone che hanno effettivamente agito con azioni terroristiche. Questi documenti potevano consentire al blocco sovietico di superare nel modo più rapido le difese che avevamo ai confini. All’epoca si scherzava sul fatto che, secondo gli esperti, i nostri confini avrebbero potuto resistere due, sei o diciotto ore – a seconda delle diverse opinioni. Sembrava uno scherzo. Siccome su quel versante dell’Italia c’era stata la sanguinosissima guerra – la Prima guerra mondiale – due ore o diciotto ore rispetto a una guerra durata tre anni sembravano un’inezia. Invece erano importantissime, perché il piano dell’Unione sovietica, che non è stato messo in atto, era invadere il più rapidamente possibile la Pianura Padana, in modo da poter sfruttare il suo potenziale industriale per sostenere lo sforzo bellico che il blocco sovietico doveva portar avanti. Ridurre a due le diciotto ore sarebbe stato molto importante, perché avrebbe significato prendere la pianura Padana senza danneggiare l’apparato industriale, mentre era prevedibile che con lo stesso piano ci sarebbero stati gravissimi danni nella Germania occidentale dell’epoca con probabile impiego di armi atomiche. Ebbene, sono consistenti le probabilità che in quel periodo, nell’ambito della preparazione di qualche forma di aggancio dei terroristi tramite i loro sponsor – o quelli che si pensava fossero tali – ci sia stata la cessione di alcuni piani che riguardavano le nostre difese nel Nord-Est, anzi nel Nord, del nostro Paese.

Un’altra cosa che venne fuori da quegli armadi della Difesa fu la lista degli appartenenti al cosiddetto Gladio, ovvero Stay Behind, che ho già sentito nominare in questa discussione. Vorrei ricordare che è stato provato – e l’ha detto tante volte il nostro già Collega e Presidente emerito Francesco Cossiga – che coloro che ne facevano parte erano a tutti gli effetti patrioti. Esponenti delle Forze Armate – con i quali avevano avuto a che fare spesso durante lo svolgimento del servizio militare o di qualche servizio più lungo – avevano chiesto a costoro di addestrarsi gratuitamente, perdendo molti giorni di lavoro o da dedicare alla loro famiglia e alle loro occupazioni. L’obiettivo dell’addestramento era prepararsi in caso di invasione sovietica a compiere azioni di resistenza, che consistevano principalmente nel portare al sicuro – in Svizzera o in Francia, se non fosse stata invasa – esponenti politici o delle Forze Armate o persone comunque ritenute preziose per una resistenza contro l’invasore. Questo era Gladio, questo era Stay Behind. Che ancora oggi, a tanti anni di distanza, queste persone vengano trattate come una sorta di golpisti è veramente vergognoso, perché si tratta di persone rispettabilissime delle quali vanno, anzi, apprezzati l’abnegazione e il sacrificio, senza neanche aver ricevuto i rimborsi spese, sottoposte a una serie di addestramenti per essere poi indicati al pubblico ludibrio come una sorta di complottisti, messi sullo stesso piano più o meno delle Brigate Rosse. È esattamente il contrario, questa è la realtà. È bene che si ricordi che, forse, il fatto di aver pubblicato la loro lista facesse parte di qualche concessione che qualcuno voleva fare per placare le Brigate Rosse.

Un altro aspetto importante collegato a questa vicenda – che pure è stato toccato nella relazione orale del senatore Fornaro, cosa che ho apprezzato – è relativo alla questione palestinese. Mi sono soffermato sul fatto che i media tendono a nascondere alcune cose: non nel senso di censurarle totalmente ma di non dare loro alcun peso. In questo Paese ricco di anniversari e celebrazioni, in cui si ricordano vari fatti come l’uccisione di alcune persone (tutte cose ampiamente condivisibili, per carità), ci si è completamente dimenticati che il 17 dicembre 1973 furono massacrate 34 persone all’aeroporto di Fiumicino per un attentato di matrice palestinese. Gli autori riuscirono poi a dirottare un aereo della Lufthansa per finire in Kuwait, che li affidò all’Egitto, che a sua volta li affidò all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Nel giro di un anno tanto accadde a quei criminali, colpevoli di 34 omicidi di cittadini innocenti – quasi tutti italiani (tra le vittime figuravano funzionari diplomatici e ufficiali della Guardia di Finanza) – ma non se ne parla mai. Lo sa chi ha la mia età o qualcosa di più, perché si ricorda le notizie di allora; altrimenti, se stiamo alla cultura corrente, ci si ricorda di qualunque cosa ma di quello no.

Sette anni dopo, ci fu un altro attentato a Fiumicino – e cito di nuovo il Presidente Cossiga, che parlò di un accordo fatto proprio da Aldo Moro a seguito di quell’attentato stesso. Se n’è parlato a lungo perché è sempre stata ritenuta solo un’ipotesi, da alcuni considerata folle, anche se il Presidente Cossiga l’ha sempre detto a chiare lettere anche in quest’Aula: ci fu un accordo tra Aldo Moro e le organizzazioni estremiste palestinesi perché queste non facessero più attentati nel nostro Paese e, in compenso, vi godessero di una sorta di libero transito, anche se in possesso di armi o nell’atto di organizzare attentati terroristici altrove. Un accordo non molto onorevole, a mio parere, che sarebbe stato violato con l’arresto di alcuni palestinesi in possesso di lanciamissili nel Sud Italia: a seguito di ciò, sarebbero arrivate alcune reazioni – tra le quali la strage di Bologna del 2 agosto 1980 che, poi, una serie di processi ha attribuito a tutt’altra matrice. Ora, coloro a cui è stata attribuita la strage del 2 agosto 1980 sono, per le loro stesse confessioni, persone che hanno commesso una serie di reati (omicidi, rapine con omicidi e così via) ma che hanno sempre negato di aver commesso quel reato, per il quale avevano peraltro notevoli alibi. Nei lavori svolti della Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin, nel periodo dal 2001 al 2006, emerse invece molto chiaramente il ruolo di un certo tedesco legato ai servizi segreti della Germania dell’Est. È bene ricordare questi fatti.

Concludendo il mio intervento, mi permetto di citare non dico due omissioni, perché il lavoro che la Commissione ha svolto e ancora deve svolgere è talmente grande che non si può investigare tutto, ma due aspetti che non sono stati toccati. Il primo è la mancata trattativa, almeno nella sua parte decisiva, per un’eventuale liberazione di Moro: caso anomalo, perché questa trattativa c’è stata quasi in ogni altro caso. Il secondo aspetto concerne la famosa seduta spiritica, avvenuta nei dintorni di Bologna durante il rapimento di Moro, alla quale hanno partecipato altissime personalità della nostra Repubblica tra cui l’ex Presidente del Consiglio e della Commissione europea Romano Prodi, durante la quale un piattino mosso dallo spirito – come ci è stato raccontato anche dallo stesso onorevole Prodi nella Commissione Mitrokhin – indicò la parola “Gradoli”. Sarebbe forse necessario andare a dare di nuovo un’occhiata a queste cose, scoprendo se veramente, per una delle massime figure della nostra politica italiana europea, i piattini si muovono mossi da spiriti evocati con meccanismi – che, peraltro, in quegli ambienti culturali e religiosi, dovrebbero essere considerati satanici e grave peccato – oppure se c’era qualche altra cosa; se c’erano contiguità tra alcuni di coloro che partecipavano a questa seduta spiritica e coloro che davvero sapevano qualcosa su Moro, oppure ancora se fosse un caso che era venuto fuori il nome “Gradoli” con tutto quello che si è poi collegato.

Concludo ringraziando i Colleghi membri della Commissione per il loro lavoro, auspicando al contempo – credo, invano – che sia un’occasione per i mezzi di informazione per rammentare alcuni fatti che, curiosamente, non vengono ricordati. Forse perché non fanno comodo o forse perché contrastano la storia dei tanti che attualmente controllano, gestiscono e veicolano l’informazione di massa in questo periodo.

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