Rivista Confronti: «Un matrimonio sotto un altro nome»

Intervista a cura di Adriano Gizzi

Il senatore Malan ha seguito il ddl Cirinnà fin dall’inizio, in commissione Giustizia del Senato, e ora la sua battaglia contro l’approvazione della proposta di legge prosegue in Aula. Lo abbiamo intervistato nel pieno dello scontro parlamentare.

Senatore Malan, quali sono i motivi principali per i quali siete contrari all’approvazione del ddl Cirinnà?

1) Perché è un matrimonio sotto un altro nome, mentre riteniamo che la tutela del tutto particolare dell’istituto matrimoniale vada riservata alla coppia feconda. Ciò non implica mancanza di rispetto per ogni tipo di affetto e relazione, ma non si può ignorare la realtà naturale. Per amare, per vivere insieme, per essere solidali non c’è bisogno di alcun istituto statale. Alcune prerogative vanno riconosciute ma la parità con il matrimonio non ha senso. 2) Perché crea delle disparità incomprensibili: a una donna che è stata una vita con un uomo, ha avuto da lui dei bambini e, per questo, ha rinunciato o diminuito la sua carriera lavorativa non si dà la reversibilità perché non è sposata mentre, se fa una unione civile con un’altra donna, sì. Ha senso? 3) Perché introduce le adozioni.

Sareste disposti a votare la proposta di legge se si limitasse a prevedere solamente le unioni civili, anche per persone dello stesso sesso?

Unioni civili senza adozione le voteremmo volentieri. Ma il ddl Cirinnà, essendo un matrimonio sotto altro nome, porterebbe comunque alle adozioni, anche se tolte dal testo, per via giudiziaria – poiché molto presto un giudice direbbe che, se è in tutto un matrimonio, l’unione deve avere le medesime prerogative. Come è avvenuto in Germania.

Cosa c’è di sbagliato, a Suo parere, nel principio della “stepchild adoption”?

La stepchild adoption per le coppie dello stesso sesso favorisce, incoraggia e certifica il fenomeno dell’utero in affitto, dove la donna diventa incubatrice e il bambino è oggetto di un contratto di vendita. Con la “adozione del figliastro” per le coppie omosessuali si creano premeditatamente bambini privi del padre o della madre, e imporre loro di avere due madri o due padri non è un rimedio ma una grottesca imposizione ideologica. Non vale l’argomento di tutelare il bambino in caso di morte del genitore: in questo caso, già la legge del 1983 (Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori – n.d.r.) consente l’adozione da parte di persona che abbia con il bambino una relazione stabile e duratura.

Aver sollevato il pericolo dell’utero in affitto e della “mercificazione dei bambini” ha lasciato intendere all’opinione pubblica che questa pratica fosse prevista dalla proposta di legge, ma i difensori del provvedimento ripetono invece che resterà in ogni caso vietata…

Coloro che sono favorevoli all’adozione del figliastro da anni dicono che in Italia ci sono “centomila bambini arcobaleno”. In realtà, secondo l’Istat, sono 500 ma non cambia: da dove vengono se non da utero in affitto, dove si fa sparire la madre, o da una pratica dove il padre è premeditatamente tolto di mezzo? Coppie di uomini con “i loro” bambini sono intervistate in televisione e si vantano di non aver lasciato che la madre li toccasse o li allattasse neppure una volta, dicendo che “madre è un concetto antropologico”. Negare che questi siano i beneficiari della stepchild adoption è come negare che il Sole esiste.

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