Referendum

Dei 106 parlamentari oggi in carica del PD (36 senatori e 70 deputati), che ha voluto e sostiene i referendum contro il Jobs Act, nonostante siano passati 11 anni, ben 43 erano già in carica anche quando fu votato il Jobs Act, e lo votarono. Altri 2 erano membri del governo Renzi che varò e sostenne il provvedimento. Ben 62 degli attuali parlamentari del PD (25 senatori su 36 e 37 deputati su 70, cioè l’ampia maggioranza, si candidarono nel 2018 nel PD con un programma elettorale rivendicava quanto fatto dai governi Renzi e Gentiloni e in particolare il Jobs Act.
Se le norme che oggi vogliono cancellare sono – secondo il PD – così sbagliate da mobilitare con il referendum 60mila sezioni elettorali, il ministero dell’interno, i 7896 comuni e chiedere a 50 milioni di elettori di andare a votare con un costo di oltre 140 milioni euro, PERCHÉ i parlamentari che l’hanno votato e rivendicato non sono stati espulsi dal partito, o almeno ammoniti ufficialmente? Perché non abbiamo ascoltato un atto di autocritica da nessuno di loro, ma solo esortazioni ad andare a votare per abolire le norme che hanno votato? Perché all’epoca del secondo Governo Conte (quando in maggioranza c’era solo l’attuale opposizione) non hanno neppure provato ad abolire quelle norme, e tanto meno l’hanno fatto con il Governo Draghi?
Il PD dovrebbe fare chiarezza al suo interno anziché chiedere a milioni di italiani di andare alle urne solo per poter attaccare strumentalmente il governo Meloni, che ha portato al record storico di occupati, al minimo di disoccupazione degli ultimi 18 anni, ha finalmente fatto risalire il potere d’acquisto dei lavoratori ed ha fortemente incrementato le tutele e il sostegno alle madri lavoratrici. Pertanto, come consigliarono di fare Giorgio Napolitano nel 2016 e il PD(S) nel 2003, non andrò a votare.

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