I colpevoli saranno puniti in ritardo e gli innocenti saranno dichiarati tali in colpevolissimo ritardo

20mila persone detenute in carcere senza una condanna, quasi un miliardo di risarcimenti per i processi troppo lunghi

Dichiarazione di voto del senatore Malan sulle modifiche al Codice di procedura penale in materia di misure cautelari personali

Signor Presidente, secondo i dati resi noti giorni fa dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, i detenuti in attesa di giudizio in Italia sono intorno al 30 per cento; il 63,4 per cento è in carcere per una pena definitiva, per cui ci sono circa 20.000 detenuti in carcere in attesa di giudizio. Di questi, molti (s’intende dire migliaia) saranno dichiarati innocenti dalla Giustizia (non dai loro amici) e, quindi, non verranno condannati. Sono detenuti ingiustamente in carceri inadeguate.

Il carcere inadeguato, per quanto possa magari soddisfare qualche pulsione forcaiola, fa sì che dominino i delinquenti peggiori. Le persone che potrebbero, magari, davvero redimersi (perché questo dovrebbe essere lo scopo del carcere) o che non hanno nulla di cui redimersi (perché hanno commesso un reato non particolarmente grave che non hanno nessuna intenzione di ripetere) rischiano di essere preda dei peggiori criminali detenuti in carcere, magari proprio di quelli che appartengono a qualche forma di delinquenza organizzata. Per porre rimedio a questa situazione – che pone l’Italia al secondo peggior posto, come è stato già detto, tra i Paesi che dovrebbero essere più evoluti, specialmente dal punto di vista della Giustizia – sono state messe in atto nel corso degli anni varie misure.

Forza Italia ha già votato a favore di questo provvedimento in prima lettura, come anche nell’altro ramo del Parlamento, e voteremo a favore anche oggi, pur sapendo che si sarebbe potuto fare di meglio e pur sapendo che il vero problema è la durata dei processi. La durata dei processi è fonte di un grave peso dal punto di vista anche finanziario. Conosciamo i dati diffusi poche settimane fa dal Ministero della Giustizia sui 580 milioni già pagati di risarcimento per i processi troppo lunghi e per la detenzione ingiusta. Altri 400 milioni devono essere pagati.

Di fronte a questi dati, il provvedimento è giusto, ma il fatto che, contemporaneamente, si stiano approvando diverse misure che portano a un allungamento spropositato della prescrizione, indegno di un Paese civile, fa sì che si ottenga esattamente l’effetto opposto. Avremo processi più lunghi perché il magistrato, giustamente, quando deve scegliere tra i tanti processi che pendono (attualmente sono quattro milioni i processi penali sospesi in Italia), ha il dovere morale, ma anche per le sue specifiche mansioni, di dare la precedenza ai processi che sono vicini alla prescrizione. Dunque, i processi che, a causa delle leggi approvate recentemente, avranno tempi di prescrizione lunghissimi, avranno durata parimenti lunghissima. Il che vorrà dire che i colpevoli saranno puniti in ritardo e che gli innocenti saranno dichiarati tali in colpevolissimo ritardo.

Non bisogna dimenticare che il processo può anche dar luogo all’assoluzione dell’accusato. Quanti casi – sia quelli testimoniati dalle statistiche, che lo stesso Ministero della Giustizia fornisce, sia quelli testimoniati dall’esperienza delle cronache – si risolvono con un’assoluzione? Il processo serve proprio a questo. La grande inclinazione che in tanti, anche in troppi (anche coloro che in passato avevano posizioni più ragionevoli e civili), hanno per considerare la prescrizione un brutto indice di volere l’impunità per i colpevoli sta andando proprio nella direzione opposta, quella di aumentare l’ingiustizia.

Questo provvedimento va nella direzione giusta. Ci sono delle buone intenzioni e delle riformulazioni di determinati articoli che dovrebbero garantire maggiormente contro l’abuso della custodia cautelare. Tuttavia, sappiamo che aggiungere avverbi e aggettivi alle norme e ai requisiti necessari per esercitare lo strumento della custodia cautelare già in passato è stato vanificato, in gran parte, da un atteggiamento diverso da parte di molti magistrati. Quelli che un tempo erano indizi concreti poi sono diventati gravi e, più in generale, quello che era considerato concreto viene considerato grave e così sarà per le varie aggettivazioni introdotte oggi.

Purtroppo, sono state espunte alcune misure di grande buonsenso, oltre che di grande giustizia. Penso, ad esempio, alla norma volta a disciplinare il caso in cui il magistrato lasci scadere i termini di custodia cautelare per non avere adempiuto al suo dovere rispetto alla misura cautelare richiesta: la cosa più banale sarebbe stato configurare questa fattispecie come un illecito disciplinare. Eppure tale previsione è stata inopinatamente soppressa dall’altro ramo del Parlamento e non si capisce bene perché. In un momento in cui bisogna raddoppiare, quadruplicare e decuplicare le pene per tutti e allungare di decenni quella pena accessoria e ingiusta che è un processo troppo lungo, non si prevede neanche l’illecito amministrativo. Una norma di questo tipo non è ovviamente in alcun modo contro i magistrati, ci mancherebbe altro; piuttosto è a favore dei magistrati che fanno il loro dovere e contro coloro che invece lasciano colpevolmente scadere dei termini, con la conseguente liberazione di persone che il magistrato stesso ha chiesto che fossero custodite in carcere, per cui si presume che ci fosse un buon motivo per farlo.

Aggiungo un particolare importante a proposito di altri provvedimenti. Il Governo ha lasciato scadere la delega per l’attuazione di una norma approvata in passato che configurava la custodia domiciliare come forma principale – naturalmente non esclusiva – della custodia cautelare. Il Governo – così veloce, così rapido e scattante – ha lasciato scadere questa delega. Peccato.

In un momento in cui in altri Paesi si studia Cesare Beccaria – non astrattamente, ma per tentare di introdurre alcuni principi che egli scrisse ben 250 anni fa – come in Cina (lo scorso anno si è celebrato il 250° anniversario della pubblicazione della sua opera «Dei delitti e delle pene»), in Italia è ritenuto un vecchiume, buono per il Settecento. In un’epoca in cui ancora in Italia si praticava la tortura e si infliggevano le pene più esorbitanti e irragionevoli, con processi che non davano garanzie, Cesare Beccaria scrisse pagine straordinarie di cui dovremmo davvero ricordarci ogni giorno. In particolare, scrive che la pena, la detenzione prima del processo deve essere circoscritta il più possibile – con requisiti assai più ristretti rispetto a quelli previsti oggi dalla legge italiana – perché la pena deve seguire il processo e non precederlo. Di questo ci siamo dimenticati: non se ne dimenticano i 20.000 detenuti che sono in carcere senza mai essere stati condannati.

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