È difficile avere fiducia in chi produce risultati come questi, magari dicendo che è colpa di chi c’era prima

Dichiarazione di voto sul decreto-legge in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell’amministrazione giudiziaria

Signor Presidente, il Gruppo Forza Italia voterà ‘no’ alla fiducia posta su questo provvedimento.

Andando al merito del testo al nostro esame, esso affronta questioni sicuramente importanti e alcune – pochissime – da affrontare doverosamente nell’immediato. Mi riferisco, per esempio, alla questione dell’ILVA, ma anche al tema del diritto fallimentare. Si tratta di questioni importanti e, proprio per questo, andrebbero affrontate nel modo appropriato e non con un decreto‑legge varato scientemente a ridosso della pausa estiva. (Ricordo a chi si scandalizza per la pausa estiva, che tra non molto inizieremo, che il Parlamento tedesco ci saluta già da ben un mese di ferie, perché programma i propri lavori anziché farli sempre sull’onda dell’emergenza, come invece si ama fare da noi.) Tra queste emergenze c’è l’aver ricevuto dalla Camera dei deputati, a poche ore dalla pausa estiva, questo provvedimento che disciplina temi che andavano affrontati con disegni di legge. Per esempio, gran parte delle norme in esame potevano essere inserite nel disegno di legge di delega al Governo sul processo civile che, per l’appunto, è in discussione in Commissione e su cui speriamo si farà un lavoro proficuo. Inserire in questo provvedimento ogni sorta di norme, pur sotto il cappello già molto ampio del titolo, non solo non facilita la discussione e rende inefficace l’esame del provvedimento (anche nell’ipotesi in cui fosse più ampio), ma rischia di andare contro la Costituzione stessa. Sappiamo che pochi mesi fa sono state abrogate delle norme del lontano 2005 perché erano state inserite in un provvedimento di altro argomento, rendendolo non omogeneo. Occorre fare attenzione, perché tutte le norme contenute nel provvedimento – ce ne sono di importanti – rischiano di essere azzerate un domani, magari dopo dieci anni, dalla Corte costituzionale, con tutte le conseguenze e i problemi molto complessi che possono insorgere.

Ci sono norme che si autodenunciano per la totale mancanza dei requisiti di urgenza. Penso, ad esempio, all’articolo 14, comma 2, lettera a) laddove si legge: «La disposizione di cui al presenta comma perde efficacia se il decreto dirigenziale non è adottato entro dodici mesi dall’entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Pertanto, si adotta un decreto-legge il 27 giugno sulla base di un presupposto di straordinaria necessità e urgenza ma, poi, se il decreto dirigenziale (che si può adottare quando si vuole, nei dodici mesi successivi) non viene adottato, la disposizione perde la sua efficacia. Non sarebbe stato più normale presentare un disegno di legge ordinario e prevedere un termine per l’adozione del decreto dirigenziale inferiore a dodici mesi? Allo stesso modo, l’articolo 16 contiene una serie di norme interessanti volte a spalmare su dieci anni la deducibilità di determinati oneri. Tuttavia, ai sensi del comma 7 «le disposizioni (…) si applicano dal periodo di imposta in corso al 31 dicembre 2015». Un’altra disposizione analoga parla addirittura del 31 dicembre 2016.

Mi domando allora: non c’era il tempo di fare un esame come si deve, magari intervenendo in modo ampio, tenendo presente che è la terza volta che si interviene sulle questioni riguardanti il diritto fallimentare nel giro di pochi mesi, cosa che davvero non è pratica? Si dice sempre, con grande generosità, che dobbiamo semplificare e snellire, ma poi, nell’ambito dello snellimento, si cambia tre volte la norma nel giro di pochi mesi, facendo sì che coloro che devono lavorare debbano passare la maggior parte del tempo ad aggiornarsi sulle nuove leggi piuttosto che lavorare, per cui creiamo un ostacolo. In questo senso, bisognerebbe fare molte più vacanze di queste, perché, se tutto quello che facciamo è produrre delle norme, che poi correggono altre norme, che a loro volta correggono altre norme, è meglio che ci prendiamo una pausa e poi lavoriamo come si deve, anziché dare vita a questa sovrapproduzione. Anche all’articolo 23 vi sono norme interessanti, là dove si dice che le disposizioni contenute in questo testo acquistano efficacia decorsi sessanta giorni dalla pubblicazione sul sito Internet del Ministero della giustizia delle specifiche tecniche previste (…). È urgentissimo, però è talmente urgente che, di qui a qualche settimana o mese, verrà pubblicato un documento decorsi sessanta giorni dal quale poi finalmente entrerà in vigore la norma. Anche qui c’era tempo di fare un’altra cosa.

Un altro passaggio molto interessante è quello dall’articolo 20, che riguarda il TAR. L’anno scorso, con le solite procedure d’urgenza, era stata presa una decisione, nell’ambito di questa furia accorpatrice. È un po’ difficile far funzionare meglio gli uffici, cosa che invece dovrebbe essere il primo obiettivo dell’Esecutivo. Il Governo si chiama Esecutivo perché dovrebbe eseguire e far funzionare la macchina dello Stato; non dovrebbe occuparsi esclusivamente di occupare le Aule parlamentari con i suoi decreti‑legge, ma dovrebbe per l’appunto governare, cioè tenere il timone. L’etimologia della parola “governo” indica colui che pilota la nave e che dovrebbe farla muovere invece di occuparsi solo delle regole sulle quali la nave si regge. Ebbene, anziché far funzionare bene gli uffici, si accorpa, si unifica e chi se ne importa dell’articolo 5 della Costituzione, che prevede il più ampio decentramento di tutti i servizi che dipendono dallo Stato. No, noi accorpiamo tutto! E quindi si è proceduto alla chiusura degli uffici periferici del TAR, a condizione che il Governo procedesse ad un certo adempimento. Siccome il Governo non lo ha fatto, questo articolo ne prende atto e dice di lasciar perdere e di non sopprimere un bel nulla. Il risultato è che questi uffici in tutti questi mesi, prevedendo di dover essere accorpati, trasferiti e unificati, hanno lavorato ancora un po’ peggio del solito. Si conosce l’interpretazione scherzosa della parola TAR: c’è chi dice che vuol dire “tardi arriva il responso”. In questi mesi si è aumentata questa tendenza nella previsione di accorpare, ma poi non si è accorpato.

Forse sarebbe stato bene prevedere un articolo di questo genere anche riguardo ai molti tribunali soppressi, che hanno portato a spese certe per gli enti locali, che devono mandare i propri funzionari in tribunali sempre più lontani e con trasporti sempre più difficili, e a disagio certissimo per i cittadini – con relativi costi – ai quali si chiede ad ogni piè sospinto un certificato penale o altri certificati. Se poi diamo retta agli emendamenti dei colleghi del Movimento 5 Stelle, bisognerebbe esibire il certificato penale ogni volta che si apre bocca. Ebbene, questo certificato penale bisogna andarlo a prendere in tribunali sempre più lontani. Allora, tutto sommato meno male che si è tornati indietro su questo punto, perché almeno questo inutile e probabilmente addirittura costoso accorpamento degli uffici del TAR sarebbe stato negativo.

Infine, se per caso avessimo avuto qualche dubbio, votiamo contro perché è stata posta la fiducia dal Governo. Ci dispiace dirlo, perché si tratta del Governo del nostro Paese e noi vogliamo innanzitutto che l’Italia vada meglio e cammini, perché questo è il nostro obiettivo, e che si produca benessere per i cittadini. Ma purtroppo il nostro Governo non lo sta facendo. E non lo diciamo solo noi. Il nostro Governo non ha la fiducia dell’OCSE, del Fondo monetario internazionale, dell’ISTAT, dello SVIMEZ, della Corte dei Conti e persino della Banca Centrale Europea. Abbiamo un tasso di disoccupazione giovanile al massimo livello, al 12.7 per cento, mentre la disoccupazione giovanile è al 44 per cento. Ricordiamo i manifesti del Partito Democratico che quattro anni fa chiedevano le dimissioni di Berlusconi, perché nel momento della crisi internazionale c’era una disoccupazione giovanile al 29 per cento. Ora – ripeto – siamo al 44 per cento: di chi chiede le dimissioni, il Partito Democratico? Peraltro, si dice che la disoccupazione è al suo massimo dal 1977, ma ricordiamo che si prende come riferimento tale anno solo perché è dal 1977 che si effettua un calcolo e una rilevazione della disoccupazione paragonabili a quella di oggi. In realtà, siamo al massimo della disoccupazione, per quel che ne so io, almeno dai tempi di Diocleziano.

È difficile avere fiducia in chi produce risultati come questi, magari dicendo che è colpa di chi c’era prima. Dopo aver governato per un anno e mezzo, forse qualche effetto lo si sarebbe dovuto ottenere, specialmente quando si è a favore del “cambio di passo” e dell'”Italia che cambia verso”. Infatti qualche effetto, purtroppo, si vede. Ad esempio, il debito pubblico ha superato di slancio i 2.200 miliardi di euro, superando di oltre 300 miliardi di euro il livello raggiunto quando si dovette dimettere l’ultimo Governo espressione degli elettori, cioè il Governo Berlusconi. Il Fondo monetario internazionale prevede che saremo agli ultimi posti nell’Unione europea per il tasso di sviluppo e attualmente siamo certi che siamo meglio solo di Grecia e Cipro e che siamo circa come la Finlandia.

Davvero, purtroppo, non abbiamo fiducia in questo Governo, né riteniamo di votare a favore del provvedimento in esame: pertanto voteremo “no” in modo convinto.

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