Fase 2: no a Stato di sovvenzioni, multe e divieti

Signor Presidente, colleghi senatori, signor Presidente del Consiglio, la pandemia da coronavirus è sicuramente un’emergenza e un fatto eccezionale nella vita del nostro Paese. Nei momenti eccezionali ci vuole un’eccezionale impegno da parte di tutti. Tutti devono collaborare, qualunque ruolo abbiano nella società, per farci uscire, con meno danni possibili da un momento così difficile e in tantissimi lo hanno fatto. L’hanno fatto i medici e gli infermieri, a rischio della propria vita, curando i malati e facendo i test, l’hanno fatto imprenditori, professionisti, commercianti, lavoratori, agricoltori, forze dell’ordine, che hanno mandato avanti tutti quei servizi essenziali, grazie ai quali, nonostante l’eccezionalità della situazione, tutti hanno avuto servizi di base necessari e indispensabili.

Ci sono stati quegli imprenditori, professionisti e commercianti che hanno portato avanti la vita delle aziende, tenendole aperte quando potevano lavorare e anche evitando che naufragassero, quando non potevano lavorare, mettendo di tasca propria i soldi della cassa integrazione che non arrivavano. L’hanno fatto e hanno profuso un impegno eccezionale le madri e i padri di famiglia, i nonni, che hanno badato ai bambini, con le scuole chiuse e con una didattica distanza, che nel 48 per cento dei casi, secondo un attendibile sondaggio, gli allievi non sono riusciti a seguire, per una serie di ragioni (Applausi). Questo è un problema che bisognerebbe porsi, accanto a un certo trionfalismo. L’hanno fatto tutti, rispettando le norme imposte dal Governo, spesso non facili da comprendere, e, anche quando erano facili da comprendere, vedere la situazione della propria azienda e i propri investimenti, magari vedere probabilmente stroncata sul nascere la vita di una piccola azienda che stava partendo, è stato davvero un sacrificio pesante. Tutti hanno però rispettato le regole.

C’è stato un impegno eccezionale da parte di tutti. C’è stato anche da parte del Governo? Sicuramente c’è stato un impegno molto vasto, con una grande presenza e una grande quantità di provvedimenti, ma purtroppo mi sembra che si sia stati più eccezionali nell’usare strumenti che non si erano mai usati prima d’ora per questo tipo di provvedimenti, che nell’efficacia dei provvedimenti stessi. La Costituzione, scritta nel 1947, prevedeva eccome i casi di emergenza. Ho sentito dire che la Costituzione non prevedeva i casi di emergenza, eppure nel 1947 conoscevano bene cosa fosse un’emergenza, visto che una guerra devastante era appena finita e vent’anni prima c’era stata un’epidemia simile a quella di oggi, ma che in Italia ha causato probabilmente un numero di morti dieci volte maggiore (non si conosce neanche il numero certo). Ebbene, c’era uno strumento: il decreto-legge.

Il Governo ha deciso di ricorrere ad un altro strumento, il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che ovviamente agli occhi del grande pubblico sembra la stessa cosa, ma la differenza è che non passa in Parlamento e il Parlamento non può proporre modifiche, per cui non è sottoposto ad una serie di controlli. Il Parlamento può subito esaminare questo provvedimento e, nel caso, potrebbe anche farlo decadere subito.

Noi, che teniamo innanzitutto al bene degli italiani e a un’efficace e pronta risposta all’emergenza, non abbiamo attaccato su questo punto, ce ne deve dare atto, signor Presidente del Consiglio, pur avendo molti dubbi, anzi, la certezza che non fosse questo lo strumento adatto. Prima di tutto, però, vediamo di salvare la nave e poi vediamo se i modi per salvarla sono stati adatti.

Mesi di emergenza, task force di 400 persone che hanno finito per sostituire il Parlamento e uno dice: «Però i risultati sono stati efficaci». I risultati non sono stati efficaci: le norme erano talmente confuse che hanno dovuto esserci circolari interpretative. Lei stesso, Presidente, in una delle sue numerose conferenze stampa nell’ora dei massimi ascolti, ha dovuto dare un’interpretazione alle circolari interpretative e si andava dai dubbi sul sapere se i bambini potevano o non potevano uscire di casa, ai dubbi su quale tipo di attività si potesse fare e quale tipo di lavoro potessero fare le aziende.

Le aziende, anche in questi giorni, si trovano in condizione di non sapere esattamente ciò che è in regola e ciò che non lo è. La certezza che hanno riguarda il rischio di avere delle multe (Applausi), di dover pagare delle tasse e di avere tutt’al più una dilazione del pagamento, salvo alcune eccezioni lodevoli. Ci vuole certezza.

Allora, se le leggi scritte di vostro pugno sono confuse, senza dover neanche avere il disturbo di approvarle in Consiglio dei ministri e di passare dal Parlamento, allora dobbiamo davvero dire che questo non è stato uno strumento efficace, perché l’incertezza è la cosa peggiore per le attività economiche, per chi fa impresa: anche chi ha un semplice negozio deve sapere cosa deve e può fare lunedì o martedì prossimi, non può aspettare l’ultimo momento e poi rischiare la multa. Diversamente accade che, oltre a tutti gli altri problemi, ci sono coloro che, nel dubbio tra riaprire, tenere in piedi un’azienda e tenere ancora i dipendenti o chiudere tutto, scelgono di chiudere tutto, perché è sempre meglio che trovarsi con lo Stato che ti blocca l’azienda per una qualche ragione e che addirittura poi prevede le multe non sapendo bene perché.

Conosciamo bene i limiti cui si è arrivati, sappiamo della famiglia multata perché portava la bambina a un controllo dopo un grave intervento chirurgico (Applausi), del marito che andava a prendere la moglie che usciva dal lavoro all’una di notte, multato perché la signora doveva tornare necessariamente con i mezzi pubblici (Applausi), con le realtà che, com’è noto, ci sono a una certa ora, specialmente nelle grandi città.

I risultati, invece, sono stati questi. Per le mascherine, dopo mesi ancora non si è arrivati a una definizione: l’unica cosa certa è stato il limite irrazionale al prezzo. Non serve il limite al prezzo, bisogna fornirle a un prezzo inferiore e fornirle gratis a chi ne ha veramente bisogno. L’unica cosa delle mascherine che è rimasta, invece, è l’IVA al 22 per cento (Applausi): di questo davvero si poteva fare a meno. È un presidio medico, è indispensabile, è obbligatorio, eppure è rimasta l’IVA al massimo livello.

Ora abbiamo una risposta: non c’è più il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, abbiamo un decreto-legge, il decreto rilancio emanato in questi giorni, semplicissimo: sono 266 articoli, centinaia di pagine. Scritto su una sola riga sarebbe lungo 2.100 metri, venti campi di calcio. È un provvedimento in cui è difficile districarsi, in cui poi c’è soprattutto un distacco dalla realtà.

Quando si dice alle imprese nel settore del turismo e del commercio, per esempio, di fare i lavori necessari per rispettare le norme, cosa si dà in cambio? Un credito di imposta: si invitano le strutture turistiche ad ospitare delle persone con un buono dato proprio per incoraggiare le persone ad andare nelle nostre strutture – nobile intenzione – dandogli in cambio un credito d’imposta. Ma quale imposta, se queste sono aziende in perdita, che già hanno perso gli incassi dei mesi scorsi? Vanno incontro a una situazione nella quale non si sa quanti turisti arriveranno, perché dall’estero per ora non possono arrivare; quanto agli italiani, se è giusto l’invito a dire di fare le vacanze in Italia – intanto a chi ha i soldi per farle e che è giusto che cerchi di spenderli in Italia – il problema è che chi ha l’impresa, chi ha l’albergo e lo stabilimento balneare come fa a sapere se queste persone verranno? (Applausi). Deve sicuramente spendere i soldi per mettersi a norma e, in cambio, tra qualche anno, se per caso avrà dei profitti, potrà pagare qualche tassa in meno, ma intanto la liquidità, quella promessa ampiamente, non c’è.

C’è troppo poco. Ci sono previsioni come i bonus sull’acquisto di monopattini e biciclette; benissimo, lodevole. Ma sono norme irrazionali perché valgono solo per monopattini e biciclette nelle città con una popolazione superiore ai 50.000 abitanti. Quindi, nella mia provincia, quella di Torino, 310 Comuni su 315 non potranno accedere a questo buono; proprio i posti dove tra l’altro è più agevole. (Applausi). È più facile girare in bicicletta a Luserna San Giovanni che a Torino. Detto questo, incoraggiamone l’uso dappertutto almeno, non soltanto nelle grandi città.

Pensiamo, poi, all’aiuto alle scuole paritarie. Non si può dire che non abbiate fatto nulla sulle paritarie perché avete stanziato 70 milioni, cioè circa 80 euro (non mensili) per ogni bambino, per ogni studente. (Applausi). I 900.000 studenti delle paritarie se si riverseranno sulle scuole pubbliche costeranno nel complesso 7-8 miliardi allo Stato. Ci sono 120.000 persone tra insegnanti e altro personale che perderebbero il lavoro se queste scuole chiudessero, e rischiano di chiudere se continua così, se non arrivano davvero aiuti consistenti e reali, non certo 80 euro per bambino, che è meglio di niente, ma rischia di essere come fosse niente.

Abbiamo fatto tante proposte. Ho sentito colleghi della maggioranza chiederci che cosa abbiamo fatto noi. Abbiamo proposto una serie di interventi: abbiamo proposto il voucher, almeno nei settori dell’agricoltura, del turismo, per le baby-sitter, per lo sport di base, per fare in modo che gli italiani possano lavorare. (Applausi). Voi, invece, vi siete preoccupati di fare la sanatoria.

Abbiamo sentito adesso dal senatore Salvini notizie che speriamo non siano reali, ma sarebbe una sanatoria generalizzata. Cominciamo a far lavorare gli italiani in regola e poi pensiamo ad altre cose. (Applausi).

Abbiamo chiesto la decertificazione per ottenere i finanziamenti, perché altrimenti sono finanziamenti promessi che non arrivano; abbiamo chiesto che chi percepisce il reddito di cittadinanza vada a lavorare quando almeno ne ha occasione; abbiamo chiesto la moratoria per gli affitti: le persone e in particolare le imprese e i negozi chiusi devono pagare l’affitto e il padrone di casa, alla luce delle norme vigenti, deve pagare le tasse anche se non gli pagano l’affitto. Questo abbiamo chiesto di cambiare.

Abbiamo chiesto aiuti veri per le scuole paritarie; abbiamo chiesto aiuti per le bollette non utilizzate; abbiamo chiesto di togliere l’IVA sulle mascherine. Abbiamo ricevuto una serie di no.

A questo punto dico una cosa: noi puntiamo sull’Italia della libertà, del lavoro, delle regole certe, della libertà e dei diritti dei cittadini come loro propri, non concessi dallo Stato. Lo Stato deve lavorare per garantire questi diritti, non sono concessioni.

Presidente Conte, lei ha detto tante volte che consentite questo e quello nelle conferenze stampa. No, non è lei che lo consente; è la Costituzione che lo consente (Applausi), e, in casi eccezionali, queste libertà si possono limitare con leggi chiare temporanee e possibilmente efficaci. Lo Stato deve essere quello che tutela i diritti dei cittadini, non la Repubblica delle multe, dei divieti e delle sovvenzioni. (Applausi).

Ho la sensazione che i cittadini abbiano coscienza di questo Governo come quello, per l’appunto, delle sovvenzioni a pioggia inefficaci, delle multe e dei divieti. Così non si va avanti. Dobbiamo puntare sulla creatività e sul lavoro degli italiani. (Applausi).

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