Decreto “occupazione”: migliaia di disoccupati creati per legge

Con l’introduzione del limite del 20% ai posti a tempo determinato rispetto al totale dei dipendenti, 3.400 nuovi disoccupati solo nella Provincia di Milano, oltre 60mila in tutta l’Italia

Intervento in Aula sul decreto-legge di “rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese” -illustrazione di una questione pregiudiziale e richiesta di non passaggio all’esame del provvedimento

Signor Presidente,

il Gruppo Forza Italia propone di non procedere all’esame di questo decreto, perché – partito con la speranza di rispondere alle esigenze del Paese, che vede una disoccupazione a livelli record, con 3.250.000 senza lavoro di cui il 42,7 per cento sotto i 25 anni di età – esso non costituisce una riforma capace di andare nella direzione delle necessità attuali.

Sarebbe bello pensare di poter garantire a tutti il posto fisso, magari comodo, che rispecchi le aspirazioni di ciascuno. Purtroppo, questa non è la situazione generale – né dell’Italia, né degli altri Paesi europei e del mondo – per cui bisogna porre in essere una riforma che risponda alla realtà. Invece, dopo alcuni buoni spunti emersi nel testo originario, nel passaggio alla Camera – per volere del Partito Democratico che alla Camera, com’è noto, ha da solo la maggioranza – si è andati in senso contrario. Quasi tutti erano d’accordo sul fatto che la Legge Fornero abbia introdotto rigidità eccessive che creano difficoltà alle aziende e di conseguenza a coloro che potrebbero lavorare nelle stesse. Con questa riforma si pensava di ridurre questi vincoli – e, in effetti, qualche vincolo è stato timidamente ridotto; ma, poi, è stata introdotta una cosa nuova, mai introdotta prima, neppure nella Legge Fornero: il famigerato limite del 20 per cento dei posti a tempo determinato rispetto al totale dei dipendenti (tra l’altro, la norma non è neppure chiara). In ogni caso, è stato introdotto un vincolo molto rigido che precedentemente non esisteva (e sì che precedentemente eravamo in una crisi meno grave), per cui consegue che, di fronte a un peggioramento della crisi, peggiora la legge.

Ieri l’Unione artigiani di Milano ha stimato che, nella sola Provincia di Milano, 2.400 contratti non potrebbero essere rinnovati in applicazione di questa legge: 2.400 persone che oggi lavorano, producono, spendono e hanno una speranza per il loro futuro, con la legge che ci si appresta ad approvare in questa sede verranno da voi mandate a casa, a cercare un lavoro che sarà sempre più difficile trovare: ulteriori persone alla ricerca di qualcosa da fare, di una qualche prospettiva per sé e per la loro famiglia.

A queste 2.400 persone – ripeto, nella sola Provincia di Milano – se ne aggiungono, sempre secondo l’Unione artigiana di Milano, mille altre che oggi sono in apprendistato e che domani, con questa legge, non potrebbero più lavorare, non potrebbero più svolgere questo periodo di formazione. Ebbene, di fronte a questo, c’è veramente da rimanere esterrefatti. Per legge si creano migliaia di disoccupati: 2.400 persone nella sola Provincia di Milano, che è circa un trentesimo nel nostro Paese. Mettiamo che sia un ventesimo, perché sicuramente è una delle Province più industriose del nostro Paese: se moltiplichiamo 2.400 per venti, abbiamo 60.000 posti di lavoro cancellati con questo provvedimento chiamato decreto-legge lavoro e che, piuttosto, bisognerebbe chiamare “decreto-legge disoccupazione”.

Inoltre, vi sono sanzioni estremamente confuse. I presunti miglioramenti, quelli che oggi si cerca di far passare come tali, sono principalmente due. La sanzione per le aziende che hanno più del 20 per cento di contratti a tempo determinato (la vecchia sanzione che si è tolta, quella approvata alla Camera) prevedeva che l’eccedenza doveva essere comunque assunta a tempo indeterminato: era ipso facto assunta a tempo indeterminato. La sanzione che è stata introdotta in Commissione prevede che, nel caso si sfori questo limite, se vi è un solo lavoratore in più, c’è una multa del 20 per cento della retribuzione; se invece ce n’è più di uno, la multa è del 50 per cento della retribuzione.

Pertanto, se ad un’azienda questi lavoratori costano 100.000 euro, oltre ai 100.000 euro che naturalmente devono continuare a tirar fuori per pagare queste persone, devono tirarne fuori altri 50.000 di multa, come se fossimo in un periodo in cui l’occupazione sovrabbonda e allora possiamo tartassare tranquillamente le imprese. Il risultato sarà che queste imprese si guarderanno bene e staranno anche ben lontane da questi limiti, perché oltre a essere limiti negativi e irragionevoli, sono anche scritti in modo confuso. Per esempio, in un’azienda che abbia 100 dipendenti, se 20 sono a tempo determinato, non si capisce se è in regola o meno; infatti, se si parla del 20 per cento del totale dei contratti, allora questa azienda è in regola; se invece, come per altri versi sembrerebbe, si riferisce al 20 per cento dei contratti a tempo indeterminato, questa azienda, con 80 contratti a tempo indeterminato, non potrebbe avere più di 16 contratti a tempo determinato. Dunque con 20, cioè il 20 per cento, sarebbe fuori regola.

Quanto alla sanzione, così come scritta la normativa sembrerebbe addirittura possibile che la debba pagare su tutti i lavoratori. Speriamo che questa irragionevolezza totale non venga mai applicata, ma scrivere le cose meglio non sarebbe stato male, visto che parliamo della pelle dei lavoratori e della sopravvivenza delle aziende.

Tutto questo non può che peggiorare la situazione attuale, ma ci sono altri aspetti da sottolineare: un emendamento positivo, l’emendamento 1.4000, presentato dal Governo che riguarda la ricerca, però – notate bene – la ricerca solo se svolta da istituti pubblici di ricerca ovvero enti privati di ricerca. Una normale azienda che faccia il suo dovere e anche il suo sforzo per mantenersi competitiva con le altre aziende e con gli altri Paesi, che faccia ricerca, che abbia quel dipartimento di ricerca e sviluppo che ogni buona e grande azienda dovrebbe avere, che con grande sforzo anche in periodi di crisi cerca di finanziare, non può avere le stesse facilitazioni del ricercatore pubblico di enti pubblici, sulla cui efficienza c’è parecchio da essere scettici. Se è un ente pubblico, può prendere i ricercatori a tempo determinato; se è un’azienda privata che produce, e che lo fa con i soldi suoi anziché con i soldi del contribuente, non può farlo.

Questa è veramente una mentalità statalista, vetero-sindacalista, che è l’opposto di quello che serve al nostro Paese. Altro che l’Italia che cambia verso! Sì, cambia verso e si ritorna alla logica degli anni ’60-’70 del salario come variabile indipendente, quello che ha creato tutta quella mentalità che ancora oggi sopravvive.

Noi abbiamo presentato alcuni emendamenti, ad esempio per estendere la norma a tutta la ricerca (che si abbia la decenza almeno di mettere sullo stesso piano il privato, che fa ricerca con i soldi suoi, e l’ente pubblico, molto spesso un carrozzone, che lo fa a spese del Contribuente), e speriamo che almeno in Aula essi vengano approvati perché, in Commissione, questo non è stato.

Concludo evidenziando come qui si vada a peggiorare ulteriormente una situazione. Tre anni fa, alla fine del Governo Berlusconi, quando Berlusconi ha dato le dimissioni, c’erano 1.250.000 disoccupati in meno. In questi tre anni sono stati creati 1.250.000 disoccupati in più, e non è sfortuna: è perché sono state fatte politiche opposte a quelle necessarie, per cui dove era necessaria la flessibilità si è introdotta la rigidità, dove era necessario dare un po’ di mano libera ai privati, in modo che possano agire, si è introdotta una mentalità statalista.

Si potrebbe dire che contemporaneamente, però, sono stati risanati i conti. I conti sono stati talmente risanati che il debito pubblico totale è passato da 1.888 miliardi a 2.107 miliardi, cioè 219 miliardi in più. In questi soli tre anni si è prodotto il 10 per cento in più di debito, rispetto ai 35 in cui, grosso modo, si è creato il totale del debito stesso.

Davvero una politica fallimentare, e il decreto così come modificato sembra voler percorrere ulteriormente questa strada. Per questo chiediamo, Signor Presidente, che non si vada avanti e che ci si fermi a riflettere, per realizzare un intervento che non deve soddisfare certi sindacati, ma le esigenze delle imprese, dei giovani e dei non giovani che cercano disperatamente un lavoro e non vorrebbero perdere quello che hanno.

 

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