In nome dei buoni sentimenti, si introduce l’ennesimo obbligo per le scuole. Non alla conoscenza, bensì alle simpatie ideologiche

Tante, durante l’anno, le giornate commemorative trasformate in propaganda di parte

Intervento in Aula sul disegno di legge di istituzione della Giornata nazionale delle vittime civili delle guerre e dei conflitti nel mondo

Signor Presidente,

il disegno di legge di cui stiamo parlando parte sicuramente animato dai migliori sentimenti e obiettivi, che condivido pienamente, cioè far rilevare e sottolineare l’orrore delle vittime civili nelle guerre. Non che le vittime militari siano meno da compiangere ma le vittime civili delle guerre sono, per certi versi, una novità delle guerre degli ultimi cento anni – specialmente degli ultimi settanta e ottant’anni, almeno in Europa. Pertanto, su questo intendimento non c’è alcuna discussione.

Ho però qualche perplessità riguardo l’istituzione dell’ennesima giornata per commemorare qualcosa. Ho presentato (sono scaduti pochi minuti fa i termini per la presentazione degli emendamenti) un ordine del giorno che impegna il Governo – che dovrebbe saperlo ma non so se lo sa, non certo per responsabilità dell’Onorevole sottosegretario Rossi-Doria quanto, piuttosto, per responsabilità del Ministero dell’Istruzione – a comunicare quante sono le giornate sui più condivisibili e toccanti temi per le quali dovrebbero essere coinvolte le scuole. Le scuole lavorano per duecento giorni all’anno ma, se facessimo il conto di quante giornate sono dedicate a questo o quell’altro tema (intendiamoci, assolutamente condivisibile in sé), mi chiedo quante giornate restino per insegnare quello che le scuole devono insegnare.

Non è per essere materialisti: al contrario. Le scuole dovrebbero fornire agli alunni e agli studenti gli strumenti per poter avere una conoscenza (ad esempio, in questo caso, di ciò che hanno provocato e provocano le guerre), per valutare le situazioni e le prospettazioni, per concordare con le soluzioni avanzate o proporne di nuove piuttosto che essere coinvolte in tante iniziative spot (ripeto, con tutto il rispetto per la proposta che stiamo discutendo) per cui oggi si parla di questo, domani di quest’altro e dopodomani di quest’altro ancora. La cultura, a mio parere, è un’altra cosa: è saper mettere insieme le cose e non isolare i singoli problemi.

Se uno studia la Storia – in particolare quella recente, evidentemente – a capire che le guerre provocano danni enormi alle popolazioni civili, con devastazioni per milioni di famiglie, ci arriva da solo; studiando la Storia dovrebbe anche capire quali sono stati i meccanismi che hanno provocato le guerre, i modi in cui sono state portate avanti e le loro conseguenze piuttosto che facendo la giornata, il convegnino, il disegno o non so cosa che si finisce per fare in queste giornate. Questo partendo dalla migliore delle prospettive.

C’è, poi, il pericolo della strumentalizzazione – naturalmente. Uno parte con questo nobilissimo intendimento e poi c’è il rischio che si vada a fare una propaganda di parte: a seconda delle simpatie politiche e ideologiche dell’insegnante o del gruppo degli insegnanti, più che parlare del fatto in sé, delle tantissime vittime civili in tutte le guerre come riporta il disegno di legge, va a finire che si dice: «Il Governo attuale» – che può essere quello di oggi, quello di dieci anni fa o quello tra dieci anni – «è brutto e cattivo perché ha fatto questo e quest’altro». Poco fa, in proposito, un autorevole Collega del Movimento 5 Stelle ha parlato del fatto che bisognerebbe chiudere tutte le industrie militari nel nostro Paese, causando la trascurabile conseguenza di qualche centinaio di migliaia di disoccupati più l’indotto. Questo è quello che è stato argomentato. E non crediate che questo venga fatto solo in quest’Aula: viene, poi, fatto in tante scuole. Ho detto “contro i Governi” ma magari anche a favore, a seconda dell’ideologia di qualcuno.

Poi vediamo – mi riallaccio all’intervento della senatrice Stefani – in una rivista un’interessantissima intervista del qui presente sottosegretario Rossi sul problema degli ordigni inesplosi, sull’importanza delle bonifiche e sul lavoro straordinario che hanno fatto e stanno facendo i nostri militari – in particolare in Afghanistan, ma anche in altri posti (ad esempio nei Balcani) – per questa bonifica che è l’atto concreto, vero e decisivo (peraltro rischiosissimo) dei nostri militari per ridurre il più possibile il pericolo – in particolare per i bambini, che sono le prime vittime degli ordigni inesplosi (quanti ce ne sono stati nel nostro Paese e ancora ce ne sono, ogni tanto, persino ai giorni nostri, dopo tanti anni dalla guerra!). Ebbene, accanto a questo articolo e a ben altri, pienamente in linea con l’argomento che ci proponiamo di promuovere nelle scuole con questo disegno di legge, poi si parla dell’immigrazione: di quanto è bello accogliere e dell’equiparazione automatica di chi si imbarca su un barcone dalla Libia con chi è stato vittima civile della guerra, in situazioni magari un tantino diverse.

Ecco, le perplessità vengono da qui. Primo, un’ennesima giornata. Secondo, il coinvolgimento per statuto, cioè per legge, perché nel disegno di legge c’è scritto di questa associazione, sia pur meritevolissima – in particolare il presidente, persona straordinaria – entrambi liberissimi di avere le loro idee. Il fatto, poi, che queste loro idee vengano veicolate nelle scuole obbligatoriamente, per legge, questo mi lascia parecchio perplesso.

Chiudo ringraziando la relatrice Amati per il suo lavoro – che è stato peraltro quasi esaustivo del lavoro della Commissione perché, andando a rivederne i lavori, c’è stata la sua ottima relazione seguita da due interventi che definiamo, per eufemismo, sintetici. La stessa cosa è accaduta alla Camera. Allora, forse un po’ più di approfondimento sarebbe opportuno visto che in Commissione, evidentemente, qualcuno ha pensato si trattasse di un provvedimento scontato: chi non è contro il fenomeno per cui ci sono dei civili che vengono uccisi, feriti o mutilati in guerra? Temo però che, poi, l’attuazione di queste giornate dia grande spazio all’approssimazione e alla propaganda di un certo tipo.

Proprio perché questo è un argomento unificante, bisognerebbe cercare di renderlo il più unificante possibile, perché tante volte – e qualche cosina si potrebbe dire pure sul provvedimento di cui abbiamo discusso precedentemente – partendo da un intendimento assolutamente condivisibile, che raccoglie praticamente il consenso della totalità della popolazione e del quadro politico che la rappresenta, poi si inserisce qualcosa di parte, magari strumentale, che finisce per creare divisioni. Forse sarebbe necessario un momento di riflessione su questo punto.

Sollecito fin d’ora la risposta alla domanda che ho fatto presentando un ordine del giorno: vorrei sapere dal Governo quante sono le giornate di questo e di quello che dovrebbero coinvolgere le scuole. Così ci facciamo un’idea anche della portata che può avere questo provvedimento. Se sono tantissime, come mi pare che siano, la mia speranza è che solo alcune vengano messe in atto e ricordate nelle scuole, ovviamente ad arbitraria scelta di chi poi deve organizzare queste cose e che fa bene a farne solo alcune. Comunque, si tratta di un eccesso di peso: per soddisfare i nostri buoni sentimenti – che sono buoni, non lo dico con ironia – finisce che diamo un po’ di lavoro raffazzonato ed episodico alle scuole e forse questo non è proprio il fine che ci proponevamo con questo provvedimento.

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