MALAN (FdI). Signor Presidente, la realtà degli internati italiani in Germania, che erano in gran parte internati militari, è stata spesso e a lungo ignorata, come già hanno detto alcuni colleghi intervenuti prima di me.
Essi rappresentavano una categoria intermedia. Certamente le condizioni e la struttura non erano quelle cui andarono incontro coloro che andavano nei campi di sterminio (ebrei e altre categorie di prigionieri), ma le condizioni erano completamente diverse da quelle dei prigionieri di guerra, ad esempio americani, inglesi o francesi. Altro discorso era per i russi: anch’essi ebbero un trattamento estremamente crudele e con molti morti.
Per spiegare questo basta citare un fatto: i morti italiani tra gli internati in Germania sono stati il numero di caduti maggiore di tutti i teatri di guerra dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale, con la sola eccezione della spedizione in Russia, dove 90.000 soldati italiani persero la vita. Il numero degli internati militari italiani in Germania che persero la vita si aggira intorno ai 50.000. I numeri non sono precisi. Ce ne sono 41.000 classificati negli archivi del Ministero della difesa, ma sono difficili da aggiungere. Le condizioni erano infatti davvero anomale, come è stato detto da chi mi ha preceduto. Non erano prigionieri di guerra, se non per i primi giorni.
Mio padre, che era uno di essi, fu colpito dal fatto che il trattamento migliore lo ricevettero dai soldati tedeschi che li catturarono dopo aspri combattimenti in cui persero la vita diversi soldati tedeschi e naturalmente molti italiani. I soldati tedeschi li trattarono da prigionieri di guerra, come era giusto. Dopo i combattimenti erano, sotto ogni aspetto, prigionieri di guerra.
Il resto fu completamente diverso: alloggiamenti del tutto inadeguati e un lavoro a cui erano sottoposti obbligatoriamente, dove per obbligo si intendeva che chi non lavorava poteva essere anche ucciso sul posto o sottoposto a trattamenti ulteriormente duri, tanto da mettere completamente a repentaglio la loro vita. La situazione era tale per cui, tra queste decine di migliaia di morti, alcuni morirono sotto i bombardamenti alleati che cercavano di distruggere in particolare le installazioni militari e le installazioni produttive nelle quali molto spesso c’erano dei prigionieri che erano obbligati a effettuare quei lavori. Fu una scelta difficile, perché in ogni momento potevano decidere di tornare in Italia e arruolarsi o nella Repubblica sociale italiana o tra le SS (non era una scelta loro, bensì di coloro che gli imponevano questa scelta). Dunque, giorno per giorno sapevano di portare avanti la loro forma di resistenza in condizioni davvero particolari.
Ci furono le condizioni anche più diverse, perché alcuni riuscirono ad avere talora anche dei trattamenti più umani, mentre altri furono sottoposti a condizioni tali da far perdere loro la vita. Ci sono anche state, secondo le stime, circa 2.600 esecuzioni, che spesso erano determinate anche soltanto dal cosiddetto rifiuto di lavorare, perché spesso le forze mancavano pur essendo giovani e, a parte le condizioni in cui si trovavano, in salute.
La diversità di trattamento si è perpetuata anche nel dopoguerra, perché forse non erano funzionali a una narrazione di carattere politico e di parte, pur evitando grazie al loro contributo di portare altre centinaia di migliaia di combattenti sul suolo italiano. Furono quindi spesso relegati e non ricordati. Negli ultimi decenni è cambiata la situazione e si è riconosciuta questa realtà, anche se nella stragrande maggioranza dei casi soltanto a livello morale, il che è già qualcosa, perché queste sofferenze e queste morti, che sono state molto numerose, sono comunque state riconosciute.
Sappiamo che le giornate di commemorazione non risolvono i problemi, però l’istituzione di questa Giornata rimedia a un oblio al quale queste centinaia di migliaia di italiani erano stati sottoposti. Il Gruppo Fratelli d’Italia voterà pertanto convintamente a favore di questo disegno di legge. (Applausi).
