La mancanza di verità avvelena la vita civile, istituzionale, politica e persino familiare

La diffamazione, che rimane impressa nella memoria e continua ad avere effetti nella vita civile, va sanzionata in modo efficace e commisurata alle possibilità della testata giornalistica. Perché la dignità della persona non ha prezzo

Intervento in Aula nella discussione sulla diffamazione a mezzo Stampa

Signora Presidente,

la parte che ho maggiormente apprezzato delle relazioni dei relatori è quel passaggio con il quale la senatrice Della Monica ha richiamato all’importanza della verità.

La verità è un aspetto fondamentale nell’ambito dell’informazione. La mancanza di verità avvelena, attraverso la potenza dei mezzi di informazione, l’intera vita civile, politica e persino familiare delle persone.

La diffamazione è un reato molto pesante. Ci viene prospettata l’esigenza di non punirlo più, in alcun caso, con la carcerazione. In un’altra occasione forse sarà il caso di capire se e quando tale reato, perpetrato in modo sistematico e ripetuto ai danni di una persona, andando ben al di là della semplice diffamazione per arrivare alla distruzione della sua personalità, sia di una gravità tale da doverlo punire in modo più severo.

Ho sentito diverse volte affermare, dai Colleghi intervenuti in questa Aula, che è un reato grave, è un reato grave, è un reato grave, e dunque… solo multe, magari solo a carico dell’editore o della testata attraverso i meccanismi di copertura. Credo che su questo punto sia necessario un pensiero preciso.

Si sostiene che si tratta solo di parole. Anche la calunnia è un reato posto in essere con le sole parole. Qual è la differenza tra la calunnia e la diffamazione? Spero di non sbagliare davanti a tanti Colleghi esperti di legge. La calunnia è quando viene attribuito un reato di fronte all’autorità giudiziaria in modo tale da poterla indurre a condannare un innocente. La diffamazione è sostanzialmente la stessa cosa, ma con una diffusione nell’opinione pubblica.

Ebbene, il nostro tipo di vita associata a volte ci fa dimenticare che, in generale, le società hanno due tipi di sanzione nei confronti di comportamenti antisociali, sbagliati e da tutti riconosciuti contrari al vivere civile, all’etica e alla sensibilità comune. Una di esse è di recente istituzione ed è la sanzione della Giustizia. L’altra è la sanzione sociale, ossia quella tendenza a fidarsi di meno, ad avere meno rapporti, a isolare le persone che detti comportamenti hanno tenuto.

Ebbene, la diffamazione, pur non producendo effetti – e non è detto che non li produca indirettamente – dal punto di vista di una sanzione giudiziaria, li produce sicuramente dal punto di vista della vita civile. Nel momento in cui un soggetto è indicato come colui che ha commesso un fatto, come il colpevole di un fatto che costituisce reato, l’eventuale smentita pubblicata a pagina 40 di un giornale ha poco da rimediare. È ovvio che nella sensibilità comune, quella persona che sembrava rispettabile ha compiuto un reato. Quando viene, poi, pubblicata la notizia, fosse pure – ciò che non avviene mai – con lo stesso rilievo della precedente, che quella persona non ha fatto nulla di male, si tratta di una non notizia. È piena la società di persone stimate e rispettate che non fanno nulla di male. Resta però impressa nella memoria la prima notizia, il primo articolo. Sono i giornalisti a insegnarci che la smentita è una notizia data due volte. É un detto molto comune, che però risponde a verità – specialmente quando la pubblicazione è tardiva e (anche senza essere accompagnata da un commento, come spesso avviene) affiancata da un articolo che torna sull’argomento.

Vi è poi un modo indiretto di diffamare e di attaccare le persone. Lo abbiamo visto in questi giorni – guarda caso – proprio sulla vicenda di questa legge. Molte persone che si sono adoperate e sono intervenute a proposito di questa normativa sono state attaccate con modi particolarmente subdoli, a titolo di avvertimento o di intimidazione. Tra questi, vi è stato quello di dire non che hanno compiuto un certo atto ritenuto negativo, ma che tutti sanno che quel tale importante giornale ha detto che quel tal parlamentare ha fatto questo e quello, così ritenendo – e di fatto purtroppo è così – di esentarsi da qualsiasi tipo di sanzione. Purtroppo, ciò avviene anche in casi più gravi.

Ebbene, di fronte a ciò, se vi è l’esigenza di abolire la carcerazione, occorre però che le sanzioni siano efficaci e commisurate alle possibilità di coloro che commettono questi reati. Per questo, ho proposto che vi sia una commisurazione delle sanzioni al costo di un’inserzione pubblicitaria sullo stesso mezzo di informazione di pari dimensione e portata. Non mi sembra una proposta molto strana. Diversamente, vi è il rischio – anzi già avviene – che le sanzioni, anche quando vengono comminate, siano molto più lievi del guadagno determinato dal sensazionalismo creato da una notizia falsa, che offende la dignità della persona.

Vi è poi un problema anche più profondo: quello dell’incertezza del diritto. Prima di averci a che fare o prima di parlare con qualcuno che è incappato in problemi del genere, tutti pensano che, se un giornale attribuisce a una persona un fatto falso, che offende gravemente la sua dignità o addirittura un fatto che di per sé – se vero – costituirebbe reato, sia automatica e certa la condanna. Così non è. Vi sono casi – purtroppo numerosi – dove in Cassazione (e non in una qualsiasi pretura) viene detto che, è vero, il fatto attribuito non sussisteva, tuttavia la polemica giornalistica giustifica. Ebbene, una cosa di questo genere è del tutto inaccettabile, così come è intollerabile che giornalisti, per aver espresso delle opinioni – magari in modo anche molto animoso ma pur sempre opinioni e giudizi di carattere politico, culturale o comunque merito di opinione, senza aver attaccato la persona e parlando semplicemente del fatto – vengano condannati a pagare magari multe pesanti (lasciamo stare la reclusione).

Allora, vogliamo mettere un freno a questa totale – purtroppo – incertezza del diritto? Non la definisco arbitrarietà perché voglio credere che il singolo magistrato, il singolo giudice, di fronte a fatti uguali dia giudizi uguali. Mi auguro che il giudice che ha assolto il giornalista, che ha attribuito un fatto che costituisce reato giustificandolo con la vis polemica, lo abbia fatto con quel giornalista sia che parlasse di un politico, di un magistrato o di chiunque altro. Il problema è che non c’è un solo giudice in Italia. Ce ne sono tanti. Di conseguenza, abbiamo giornalisti che possono ritenersi intimiditi perché, se scrivono una riga in più, rischiano di essere condannati (perché davanti a certi magistrati si rischia di venire condannati) e altri invece che, magari rischiando di più, si sentono autorizzati ad accusare di qualunque cosa chiunque, sapendo di avere alte probabilità di restare impuniti.

Per queste ragioni, ho presentato alcuni emendamenti volti a ristabilire un po’ di certezza del diritto. In particolare, ne ho proposto uno che configura cos’è l’offesa a un Corpo politico. Un tempo credo che fosse evidente come, per offesa ad un Corpo politico – ad esempio il Parlamento – si intendesse l’accusa di aver violato le regole democratiche o magari di avere approvato leggi sbagliate. Oggi, tale offesa consiste del parlare di quanto si guadagna, delle indennità, dei rimborsi e quant’altro. Allora, la trasparenza, che in Italia è superiore a quella di qualunque altro Paese, è doverosa ma, quando si trasforma in menzogna, deve essere chiaro – e ho proposto un emendamento che lo sancisce – che si tratta di diffamazione di un organo politico ovvero amministrativo. Vogliamo respingere questo concetto? Benissimo. Allora avremo la totale incertezza del diritto e l’unica certezza per un giornalista sarà che può, se è fortunato, restare del tutto impunito. Sicuramente niente carcere, solo multe; neanche poi tanto alte, perché 100.000 euro sono tanti ma la dignità di una persona vale molto di più, e qualcuno può aver interesse a distruggerla per la modica somma di 100.000 euro e, con altri 25.000 euro, nemmeno pubblica la rettifica. Una simile somma magari uccide 100 volte un giornale di Provincia ma è del tutto trascurabile per una grande testata.

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