Mensile ‘Missioni Consolata’: “Libertà religiosa. Non siamo fermi al ’29”

di Paolo Bertezzolo

Si può scrivere in una legge che i lavoratori hanno diritto ad assentarsi nelle feste della propria confessione? Oppure vietare l’uso di una lingua diversa dall’Italiano nei luoghi di culto? Una nuova legge generale sulla libertà religiosa non è, per la politica odierna, una priorità, anche per l’oggettiva difficoltà di sciogliere molti nodi che paiono irrisolvibili. Ne parliamo col senatore di Forza Italia, Lucio Malan.

Deputato nella XII legislatura (1994-1996), eletto nelle liste della Lega Nord, è senatore dal 2001, prima del PdL e ora di Forza Italia. È stato membro della commissione Affari costituzionali fino al 2013. Nell’attuale legislatura è questore del Senato e fa parte della commissione Giustizia. È membro della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e del comitato parlamentare per i procedimenti d’accusa. Per conto del Parlamento ha svolto numerosi incarichi a livello internazionale. È attivo anche nella Chiesa Valdese, cui appartiene. Intervistiamo Lucio Malan, da anni impegnato sul tema della libertà religiosa.

L’Italia oggi è una società multiculturale e multireligiosa, molto diversa da quella del ’29 quando, durante il regime fascista, era stata approvata la «Legge Rocco» sui «culti ammessi» per «consentire» il libero esercizio dei culti non cattolici, dopo aver riservato con i Patti Lateranensi una «particolare condizione giuridica» alla religione dello Stato. Nonostante sia stata modificata dalla Corte Costituzionale, per togliere le parti incompatibili con la Costituzione repubblicana, quella legge è tuttora in vigore. Un’altra, dunque, si impone. Lei si è molto impegnato in questa direzione. Cosa ha fatto fino a oggi il Parlamento per rispondere a questa necessità?

«Ci sono stati diversi tentativi di arrivare all’approvazione di una legge sulla libertà religiosa, in particolare nelle legislature 1996-2001 e 2001-2006. I Governi Prodi I e Berlusconi II presentarono disegni di legge sostanzialmente uguali fra di loro. Nel 2003, la proposta fu approvata in commissione e approdò nell’Aula della Camera, ma non andò oltre la relazione. Nel frattempo, però, Camera e Senato dal 1984 hanno approvato undici Intese – oltre a cinque modifiche di esse. Il record è stato nella legislatura 2008-2013, con cinque nuove Intese e tre modifiche, andando oltre l’ambito giudaicocristiano grazie agli accordi con buddisti e induisti».

Perché, nonostante questo notevole lavoro, non è stata ancora approvata la nuova legge sulla libertà religiosa?

«Perché non è sentita come una priorità e perché si tratta di cosa molto complicata. Nella legislatura 2001-2006, il testo approvato conteneva alcune limitazioni ispirate a questioni di sicurezza, che furono ritenute inaccettabili da molta parte del centrosinistra. Senza quelle limitazioni sarebbe stato il centrodestra a opporsi. Inoltre, la legge dell’epoca fascista, odiosa nel titolo (“culti ammessi”), in realtà concede molto più di quanto si crede, e molti oggi avrebbero difficoltà a riapprovare le stesse norme. Ad esempio, include la possibilità dell’ora di religione in contemporanea all’insegnamento della religione cattolica».

Le Intese tra lo Stato e le varie confessioni religiose, nonché la futura nuova legge sulla libertà religiosa, costituiscono una crescita dei diritti e delle libertà, nel quadro dell’attuazione piena della società democratica definita nella Costituzione repubblicana. Alla sua base sta il principio di laicità, in cui tutti si riconoscono. Perché, allora, tale principio è diventato uno dei motivi per cui non si è riusciti ad approvare la nuova legge sulla libertà religiosa?

«Non so se la laicità finisce per essere un ostacolo. Di certo, molti temono una legge che includa anche gli islamici perché, nelle loro varie realtà, potrebbe dare l’opportunità agli estremisti di usare le prerogative di confessione religiosa per fare altro – e si sa che, in gran parte dei paesi islamici, il concetto di laicità dello Stato è del tutto sconosciuto. Inoltre, come ho detto, nessuno vuole concedere spazi e si dice: piuttosto di una cattiva legge, meglio andare avanti così visto che, comunque, la libertà religiosa c’è e le Intese funzionano».

Quali sono le questioni principali, in ordine alla libertà religiosa, che la nuova legge deve regolamentare?

«Si tratterebbe di attribuire a tutte le confessioni alcune prerogative attualmente riservate a quelle che hanno stipulato l’Intesa. In realtà, molte prerogative sono già oggi garantite – come la possibilità, per i ministri di culto, di visitare i detenuti, entrare negli ospedali non solo per uno specifico paziente come, ad esempio, un parente, e altre questioni. Già oggi tutte le confessioni possono farlo, purché abbiano il riconoscimento della personalità giuridica e la nomina dei ministri di culto sia approvata dal Ministero dell’Interno – cosa che, ultimamente, è diventata problematica. C’è poi la questione della partecipazione all’8 per mille, oggi riservata ai titolari di Intese, che sembra improbabile poter allargare a tutti. Ci sarebbe anche la questione delle festività religiose, del riconoscimento degli istituti di formazione dei ministri di culto, e altro ancora. In realtà, non è facile scrivere una normativa che preveda le esigenze delle varie confessioni e tenga conto dei problemi che ciascuna può porre alla collettività. In questo le Intese sono molto efficaci, perché partono dai casi concreti e li affrontano in termini di norma. Per fare un esempio banale: non si può scrivere astrattamente che i lavoratori hanno diritto ad assentarsi nelle feste della propria confessione: teoricamente, ogni giorno la Chiesa Cattolica festeggia una ricorrenza o uno o più santi. Parlando di prevenzione dei problemi che si possono creare con talune confessioni, c’è chi propone di imporre nelle moschee l’uso del solo Italiano perché l’eventuale incitamento all’odio possa essere riscontrato più facilmente, e conosco dei musulmani che non sarebbero contrari. Resta il problema che il Corano deve poter essere letto in arabo, che per loro è lingua sacra. In ogni caso, non si può farne una norma generale: vuoi vietare la messa in latino, che fino a 50 anni fa era l’esperienza comune di tutti i cattolici, schiacciante maggioranza nel Paese? Vuoi vietare agli ebrei di leggere la Torah in ebraico, la lingua in cui per loro – e anche per noi Cristiani – è stata scritta da Mosè sotto la dettatura di Dio? Ci vuole molto pragmatismo. Prendiamo l’aspetto delicato della circoncisione: è vero che è un atto irreversibile praticato su bambini di otto giorni, dunque senza alcun assenso, ma è anche vero che è tradizione antichissima che non ha alcun effetto negativo. Ben altra cosa sono le mutilazioni femminili, anche esse tradizionali in certe etnie, ma del tutto inaccettabili nella nostra civiltà».

Si può realisticamente pensare che essa sia approvata nel corso della presente legislatura?

«No. Ma non mettiamo limiti alla Provvidenza».

C’è chi sostiene che, a seguito della stipula delle Intese con diversi culti religiosi, sia aumentato il divario tra i diritti di questi e i diritti di quelli che le Intese non le hanno stipulate. In altri termini, mentre si opera per realizzare una piena eguaglianza tra tutti i culti religiosi, paradossalmente si fa crescere la disuguaglianza tra di loro. La «strada delle Intese» è davvero quella migliore da seguire? Tra l’altro, procedendo per questa via, oggi si è finito col ritrovarci in una condizione piuttosto complessa, tra le Intese – che nascono da accordi bilaterali tra una confessione religiosa e lo Stato -, la legge del ’29 ancora in vigore e la nuova legge che non viene avanti.

«Indubbiamente il problema c’è. Ma non dimentichiamo che la Repubblica Italiana nasce con una diseguaglianza pregressa, costituita dal Concordato, che neppure il Partito Comunista – teoricamente ateo – tentò seriamente di abrogare. Purtroppo, c’è stato di recente un vero e proprio passo indietro con l’assurda e incostituzionale decisione del Ministero dell’Interno di applicare un inopportuno parere del Consiglio di Stato, il quale – per la prima volta dalla legge del 1929 – ha indicato un limite numerico minimo di fedeli per il riconoscimento dei ministri di culto – per di più nell’esorbitante cifra di 500 – nel presupposto, peraltro falso, che tale sarebbe il numero minimo dei fedeli nelle parrocchie cattoliche con sacerdote residente. Orbene, in primo luogo ci sono, proprio nella mia valle (la Val Pellice in Piemonte, ndr), Comuni sotto i 500 abitanti la maggioranza dei quali è valdese, con tanto di sacerdote cattolico residente. In secondo luogo, non si può imporre agli altri le logiche della confessione maggioritaria; anche perché, per forza di cose, mentre è facile in un territorio molto piccolo trovare 500 cattolici, non lo è altrettanto trovare, ad esempio, 500 luterani. I luterani, che pure hanno l’Intesa, sono circa seimila volte meno numerosi dei cattolici e dunque, mediamente, 500 luterani saranno sparsi per un territorio seimila volte più vasto: cosa che rende loro impossibile avere un unico ministro di culto. In terzo luogo, spesso le confessioni minoritarie hanno dei ministri di culto che, per mantenersi, hanno un altro lavoro – come, del resto, la maggioranza dei rabbini: non si può pensare siano in grado di svolgere lo stesso lavoro di un sacerdote cattolico a tempo pieno. In quarto luogo, la percentuale di praticanti è spesso più alta nelle minoranze più recenti di quanto lo sia tra i cattolici o altre confessioni storiche, nelle quali la secolarizzazione ha prodotto effetti tra i fedeli. Ecco, eliminando questo obbrobrio, si rimedierebbe a gran parte del problema. Basterebbe un’indicazione del Ministro dell’Interno o del dirigente preposto, visto che la decisione è stata di un dirigente e non certo di una legge. Il parere del Consiglio di Stato non può valere più della Costituzione o di una legge. Né è accettabile che una cosa applicata senza significative limitazioni dal regime fascista (salvo il baratro delle leggi razziste, naturalmente) venga ristretta oggi, dopo settant’anni di democrazia».

Nella società multiculturale italiana, di cui si parlava all’inizio, appare urgente affrontare anche altri problemi, in particolare quello dell’immigrazione e quello della cittadinanza. È possibile arrivare a una piena attuazione della libertà religiosa senza che la nuova legge venga accompagnata da altre leggi che riguardino quelle due questioni? Libertà religiosa, immigrazione e cittadinanza non costituiscono una trilogia che deve andare insieme?

«A mio parere le cose sono ben distinte. Le leggi sull’immigrazione si applicano indifferentemente a cattolici, musulmani, atei e chiunque altro, com’è giusto. E la libertà religiosa riguarda italiani, immigrati regolari e irregolari, turisti e passanti, com’è giusto. Tutte questioni delicate, ma distinte. Solo un Paese, oltre alla Città del Vaticano, che io sappia, regola l’immigrazione sulla base della religione: Israele, che definisce se stesso come Stato ebraico, ma è più facile diventare cittadino italiano per un extra comunitario che diventare ebreo per un gentile».

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