Non c’è parità davanti al giudice se una delle parti può decidere quanto dura e quando finisce il processo

Aumento spropositato dei tempi della prescrizione: “fine pena mai” anche per gli innocenti, nell’incuranza delle vite – che nel frattempo – si va a distruggere

Intervento in Aula nella discussione sulle modifiche al Codice penale e al Codice di procedura penale

Signor Presidente, l’articolo 111 della Costituzione statuisce: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».

Il disegno di legge in esame contiene una serie di norme che – i relatori ce lo assicurano – consentiranno una maggiore brevità dei processi e, dunque, di rispettare quanto previsto dalla Costituzione molto più di quanto avvenga oggi. Anzi, direi francamente che oggi, molto spesso, la ragionevole durata dei processi non c’è, tanto che l’Italia ha già ricevuto delle condanne per questo da parte di organismi sovranazionali. Questo è quanto sembra disporre il provvedimento – sempre che sia vero quanto prospettato e che non sia anche questo il caso, come quasi tutte le altre riforme proposte da questo Governo, in cui il titolo del disegno di legge è bellissimo ma, poi, il contenuto non corrisponde (e, se per caso corrisponde nelle intenzioni, non corrisponde nei risultati).

Ad ogni modo, supponiamo che questo sia. Abbiamo subito un sintomo che ci dice che, probabilmente, questo non avverrà, perché – contemporaneamente – ci viene proposto un aumento spropositato dei tempi della prescrizione. Se i processi si faranno più velocemente, si poteva non intervenire sulla questione della prescrizione che era già stata toccata undici anni fa – con il risultato, tra l’altro, di una forte riduzione (negli anni diventata un dimezzamento) dei processi che cadono in prescrizione. Mi sto rifacendo a dati che ci sono stati forniti dal Ministero della Giustizia, dunque i più autorevoli in quanto il Ministero è l’unico che può certificarli. Che si fa di fronte al fatto che la prescrizione si è ridotta e che una previsione della Costituzione stabilisce che il processo deve avere una ragionevole durata? Si allungano i termini di prescrizione. I casi sono due: o si sta facendo una cosa schizofrenica (ossia si fa una cosa totalmente irrazionale), oppure già si sa che le norme contenute nel provvedimento, presentate come utili ad accorciare la durata dei processi, in realtà non funzioneranno o, addirittura, produrranno l’effetto opposto.

Come dicevo, registriamo un allungamento dei tempi della prescrizione. Naturalmente, se valutiamo la misura in base alla necessità di punire il delinquente, è importante che questo sia punito prima che dopo, ma meglio dopo che mai. Questo è un criterio che è presente nel provvedimento. Ma noi sappiamo che nei processi e nelle vicende giudiziarie non incappano sempre e solo dei colpevoli, e comunque sarà il processo ad accertare la loro colpevolezza. Altrimenti, facciamo subito un bel linciaggio e non c’è più problema di prescrizione, delle lungaggini e degli avvocati che difendono i loro tutelati e andremo rapidamente alla conclusione. Siccome, però, lo Stato di diritto, non da oggi ma da sempre, prevede che comunque si svolga un processo nel quale si accerta la verità, il processo dovrebbe servire; e il processo serve perché non tutti gli imputati sono colpevoli per definizione. Altrimenti, se fossero già colpevoli a che servirebbe il processo? Impicchiamo subito l’imputato e poi, semmai, faremo il processo, come dicono i personaggi di qualche film del genere spaghetti western. Invece, il processo serve, appunto perché ci sono anche degli imputati innocenti. Si potrebbe, anzi, fare un lungo elenco di imputati celebri che poi sono stati trovati innocenti: non secondo i loro amici o secondo il sentimento popolare, ma secondo i tribunali della Repubblica italiana e anche quelli di altri Paesi.

Noi partiamo dal presupposto, che sembra logico (e non dovrebbe neanche essere necessario spiegarlo), per cui può essere sottoposto ad azioni giudiziarie anche chi è innocente. Altrimenti, lo ripeto, non servirebbe il processo. Quindi, noi dobbiamo pensare anche a loro. La prescrizione, cioè la limitazione dei tempi entro i quali una persona può essere perseguita dalla giustizia, è pensata proprio partendo dal banale presupposto che una persona sottoposta ad azione giudiziaria possa essere innocente.

Ora, tutto quanto detto nell’intervento che mi ha preceduto – relativamente al fatto che, anche dopo duecento anni, il cattivo deve essere preso – è giusto. Dobbiamo però anche pensare che, così come può esserci il cattivo, che è giusto che prima o poi paghi, così può esserci anche l’innocente; ed è giusto che, non prima o poi ma prima, questi sia processato e sia dichiarato colpevole o innocente. Se è innocente, si suppone che sarà dichiarato tale. Certo, non succede sempre, ma così dovrebbe essere, ed è negli sforzi di ciascuno fare in modo che ciò avvenga.

La giustizia può sbagliare, tant’è vero che la giustizia prevede tre gradi di giudizio. Sappiamo che il terzo non è uguale al secondo ma, a tal proposito, mi viene qui in mente un’analogia: si dice che Camera e Senato fanno lo stesso lavoro; bene, anche il tribunale di primo grado e quello di secondo grado fanno lo stesso lavoro, eppure, negli ordinamenti civili di tutto il mondo essi sono previsti – appunto, perché il tribunale può sbagliare. E allora io dico, fuori argomento, che anche una Camera parlamentare può sbagliare. Da un lato, infatti, si dice che i politici sono tutti brutti e cattivi ma, dall’altro, si dice che sono infallibili (quindi, un solo giudizio del Parlamento basta, e non parliamo neanche di correzioni).

Comunque, tornando ai processi, esistono persone che vengono processate ingiustamente – anche se una persona innocente non dovrebbe neanche essere processata, possibilmente. Dopodiché, è chiaro che esiste tutto un meccanismo che porta a far questo e, anche al fine di avere una garanzia che non tutti quelli portati a processo vengano condannati, dobbiamo garantire a queste persone termini decenti di fine ai loro patimenti. Per la verità, ciò vale anche per i colpevoli. Anche il colpevole ha il diritto, prima o poi, a essere giudicato da una sentenza – contro la quale potrà fare ricorso o, perlomeno, protestare, affermando che la sentenza lo ritiene colpevole sulla base di determinate prove che sono inesistenti. Intanto, però, costui sconterà la pena. Ecco perché esiste il termine di prescrizione. Ed esiste anche in nome, e anche prima, di quella norma costituzionale secondo cui il processo avviene su un piede di parità. Non può esserci parità tra l’imputato e lo Stato che lo accusa: infatti, il procuratore che accusa si chiama procuratore nientemeno che «della Repubblica».

Credo che tutti noi che abbiamo visto qualche telefilm giudiziario siamo rimasti colpiti dalla formula con cui inizia un processo negli Stati Uniti (da noi no, perché non lo si dice, ma è così). Ad esempio, si dice: «lo Stato del Texas contro il signor Smith». Accidenti, lo scontro è impari: il signor Smith è da solo, magari è povero e magari ha un avvocato che non è un granché, mentre lo Stato del Texas è grande e potente. La stessa cosa accade da noi: è la Repubblica, di cui l’accusatore per l’appunto è il procuratore, contro il signor Rossi. Il signor Rossi deve avere il diritto di difendersi, la Repubblica ha diritto a condannare il signor Rossi se quest’ultimo viene trovato colpevole, ma ci deve essere un piede di parità. Non c’è parità in una partita se una parte ha in mano la possibilità di stabilire quando la partita finisce. Non ci sarebbe parità in un qualsiasi incontro sportivo in cui una parte avesse la possibilità di stabilire quanto dura questo incontro.

Esiste, allora, non solo la possibilità che, in buona fede, un innocente venga tenuto anni e anni “sotto schiaffo”, in una situazione di cui dobbiamo considerare non soltanto gli aspetti psicologici di questa persona ma anche quelli sociali. A una persona che, dopo trent’anni viene assolta, cosa si dice? Scusa tanto, ti abbiamo tenuto trent’anni sotto processo, però eri innocente? Ma, in trent’anni, questa persona ha avuto la vita distrutta. E bastano molto, molto meno di trent’anni perché una persona accusata veda distrutta la propria vita: famiglie distrutte, prestigio professionale azzerato, perdita del lavoro e dei propri redditi. Ecco perché è bene che ci siano dei limiti.

Aggiungete che non è impossibile che ci sia un certo arbitrio da parte di alcuni magistrati; certamente una minoranza, ma può succedere. Prima si è parlato del tipico caso di processo, quello al politico; non è così: il tipico processo non è a una persona che si occupa di politica (ma succede anche questo, naturalmente). Al di là della politica, c’è il rischio che un giudice, che non sia in grado di portare alla condanna una persona verso la quale ha ostilità, faccia la cosa peggiore: pur conoscendo la sua innocenza, non riuscendo a farlo condannare da innocente, fa lui in modo che il processo vada avanti molto a lungo, dimodoché la vita di questa persona sia comunque rovinata.

I magistrati disonesti – ahimè – esistono, come può succedere per tutte le cariche che comprendono più di una persona (ma accade anche per le cariche che riguardano una sola persona). Del resto, ci sono organismi che sono lì per giudicare eventuali colpe di magistrati che non facciano bene il proprio lavoro (poi, quanto approfonditamente lo facciano, è un’altra faccenda), quindi può succedere. Ci deve essere allora un limite. Il magistrato può avere un’ostilità, magari anche giustificata. Ad esempio, quel magistrato che voleva mettere in carcere Al Capone negli Stati Uniti: non riuscendo a metterlo in carcere per i tanti efferati delitti, omicidi e quant’altro aveva compiuto, riuscì a farlo per evasione fiscale. Sicuramente aveva un’ostilità nei confronti di questa persona, ma ha avuto un tempo limitato entro il quale poter mettere in atto le proprie accuse; questo è un aspetto molto importante.

Ci vuole una tutela per tutti, ci vuole una tutela per lo Stato; e, poi, ricordiamoci che la prescrizione facilita e incoraggia l’allungamento dei processi, in generale, lasciando stare casi di malanimo o addirittura di parzialità del giudice. Sappiamo benissimo dalla cronaca e molto bene da quello che gli stessi magistrati dicono, e cioè che, cercando lodevolmente di non mandare in prescrizione dei processi, quelli che sono prossimi alla prescrizione li si accelerano. Qui invece cosa facciamo? Allunghiamo la prescrizione: come a dire che, per fare il processo, c’è tempo. Stiamo facendo una cosa razionale riducendo i tempi dei processi e poi allungando la prescrizione? Direi proprio di no.

Accanto a questo, ci sono alcuni altri problemi nel disegno di legge in esame, di cui approfonditamente ha parlato il senatore Caliendo. A me colpiscono due aspetti: il riordino dell’ordinamento penitenziario e il riordino della disciplina che riguarda le intercettazioni telefoniche.

Il senatore Cappelletti che mi ha preceduto ha citato le numerose occasioni in cui il Presidente del Consiglio (e non solo lui: anche il Ministro della Giustizia) ha detto che non avrebbe modificato le prescrizioni. Stranamente – anche in quel caso, come in quasi tutti gli altri – il Presidente del Consiglio si è poi smentito e sta facendo esattamente un’altra cosa. Poi giudicheranno gli elettori. Dovrebbero giudicare i parlamentari, ma ho qualche dubbio che i vincoli di maggioranza consentano davvero un giudizio sereno ed equanime, che mi auguro comunque che ci sia, per la capacità che sicuramente i colleghi hanno di farlo. Ciò detto, riformare questi due importanti settori del nostro ordinamento per delega – che, certo, ha alcuni criteri stabiliti in modo preciso, ma altri estremamente vaghi – non mi sembra molto appropriato. In tal modo, infatti, si dà una forte discrezionalità al Governo di modulare (e sappiamo benissimo come una parolina in più o in meno in un disegno di legge possa cambiare enormemente le cose); figuriamoci una legge che riguarda l’ordinamento penale o penitenziario, in cui veramente una parolina in più o meno può far sì che un certo reato sia ancora perseguibile e un altro no. Che tutto questo venga demandato a persone che neanche sappiamo quali sono, e poi il Parlamento abbia la possibilità – bontà del Governo! – di dare un parere, quando spesso, proprio in tema di giustizia, tali pareri sono totalmente ignorati, non mi fa stare tanto tranquillo.

Concludo. Il collega che mi ha preceduto – come ho detto – ha parlato delle numerose occasioni in cui il Presidente del Consiglio ha detto che mai avrebbe toccato la disciplina delle intercettazioni, mentre ora ha deciso di farlo, per di più per delega, cioè affidando a sé il compito di scrivere la norma. Ebbene, mettendolo insieme all’articolo principale che c’è oggi sul nuovo quotidiano «La Verità», riguardante certe intercettazioni che riguardano la famiglia del Presidente del Consiglio, mi è venuta in mente la celebre frase di quell’attore genovese che, essendogli stato annunciato che un tale, suo conoscente, era morto, disse: «Beh, se l’è morto, è perché aveva la sua convenienza!».

Se il Presidente del Consiglio ha cambiato idea, forse è perché aveva la sua convenienza, e magari la convenienza sta nello scrivere lui le modifiche – anche in relazione agli argomenti di cui oggi l’articolo in prima pagina di «La Verità» parla.

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