Quando i propositi vengono sempre rovesciati, e agli avversari vengono costantemente applicati standard opposti rispetto a quelli usati per sé stessi, abbiamo un uso gravemente patologico della democrazia

Intervento in Aula nella discussione della questione di fiducia sul riordino delle attribuzioni della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dei Ministeri

Signor Presidente,

siamo a 85 giorni dalle elezioni. Cinque anni fa, nella scorsa legislatura, dopo 85 giorni dal voto avevamo già approvato otto provvedimenti e, come nono provvedimento, ci accingevamo ad approvare un decreto-legge che interveniva anch’esso sul numero dei Ministeri. Il numero dei Ministeri era stato ridotto a dodici dal cosiddetto decreto Bassanini nel 1999, da applicarsi – era detto nel decreto stesso – soltanto a partire dalla legislatura seguente. Per evitare di accorpare Ministeri che poi avrebbero dovuto essere separati di nuovo, fu approvato tale decreto-legge che, anziché ridurre i Ministeri a dodici, li riduceva a quattordici. Era comunque una riduzione.

Oggi ci troviamo in una situazione molto diversa. Poco fa è stato richiamato il decreto n. 217 del 2001: è vero che la situazione è diversa, ma nel senso che cinque anni fa si trattava di non far affrontare il costo di riunificare i Ministeri per alcuni settimane o pochissimi mesi (il tempo che sarebbe stato necessario per approvare un normale disegno di legge secondo il normale iter parlamentare) per poi ri-separarli. Oggi, invece, abbiamo una situazione inversa: i 14 Ministeri già ci sono e l’idea di fare il decreto-legge nasce unicamente dalla fretta di spacchettare subito i Ministeri stessi, in modo da soddisfare le esigenze delle varie forze politiche che compongono l’attuale variegata Maggioranza.

Sarebbe stato possibile, nel frattempo, nominare dei Vice Ministri che si occupassero specificamente dei settori che si volevano andare a scorporare, per poi promuoverli a Ministri nel momento in cui un disegno di legge gli avesse dato modo di avere un Ministero da presiedere. Non si è voluto far questo, evidentemente nell’ambito della Maggioranza qualcuno non si fida. Meglio incassare subito perché un domani non si sa mai, c’è poco da fidarsi. Devo dire che non possiamo dare torto in costoro che non si sono fidati, visto che – generalmente – le promesse di questo Governo vengono esaudite al contrario come diversi Colleghi hanno sottolineato. Ma, nonostante, la situazione fosse diametralmente opposta, si trattava di risparmiare la spesa di riaccorpare e poi scorporare anziché anticipare lo scorporo e di avere una riduzione dei Ministeri inferiore al previsto e, dal punto vista della legge, di passare da 12 (che però era un numero teorico ancora mai applicato) a 14. Oggi si tratta di passare da 14 a 18.

Ebbene, cinque anni fa, l’attuale Maggioranza attaccava in modo molto forte quel provvedimento. Un senatore dei Verdi diceva che esso aveva l’unico scopo di trovare due poltrone in più. Oggi sono quattro in più, a cui si aggiungono le due di prima: per cui sono sei in più. Evidentemente, va bene così. “Questo è quanto l’attuale Maggioranza è stata capace di fare”, continuava quel Collega del centrosinistra. “È bene che gli italiani lo sappiano: questo Governo ha emesso un decreto illegittimo e incostituzionale per far posto a due persone che non trovavano soddisfazione in altri ruoli”. Si definiva illegittimo e incostituzionale un decreto che aveva basi molto più forti dell’attuale. Questo è il modo con il quale l’attuale Maggioranza si è caratterizzata, è una frase che potremmo ripetere oggi. Un valente senatore della Margherita diceva che è ben evidente che i poteri di autorganizzazione competono al Governo, ma che il potere di organizzazione del Governo stesso compete al Parlamento che ha la sovranità. Tra l’altro, l’articolo 95 della Costituzione prevede che sia la legge a stabilire il numero dei Ministeri: oggi, invece, lo facciamo per decreto. Un altro autorevolissimo senatore della Margherita, l’ex presidente Mancino, sottolineava: “Qui non si discute tanto della possibilità di innovazione, quanto del ricorso a un provvedimento d’emergenza, che è del tutto incoerente rispetto alla stabilità ordinamentale che era stata votata dal Parlamento”. Ma l’intervento più significativo fu quello dell’autore della riforma stessa, il senatore Bassanini dei Democratici di Sinistra, che riteneva assolutamente incongruo aver istituito il Ministero della Comunicazione che oggi viene mantenuto, che si lasciava intendere fosse stato istituito per tutelare gli interessi di Silvio Berlusconi. Evidentemente, anche questo interesse permane nell’attuale Maggioranza, visto che si mantiene il Ministero. Si diceva, altresì, dell’incongruità di istituire un Ministero a sé per la Sanità, un settore in cui la materia è per grandissima parte ormai attribuita alle competenze locali e regionali. Infine, diceva il senatore Bassanini: “La nostra critica è aggravata dal fatto che la Maggioranza si è sottratta a ogni reale confronto in Parlamento sul merito del provvedimento”. Ebbene, credo che vada ricordato che in quella occasione, cinque anni fa, su un decreto peraltro più ristretto nel suo ambito rispetto a quello che stiamo esaminando oggi, fu possibile al Senato votare per ben 373 volte. Oggi ci viene concesso – e a stento – di votare una volta sola.

Quando i propositi vengono, non una volta, non qualche volta, ma sempre rovesciati, quando è un fatto regolare e costante quello di applicare agli avversari standard opposti rispetto a quelli applicati a sé stessi, abbiamo veramente un uso direi gravemente patologico della comunicazione, della democrazia, delle argomentazioni. Purtroppo, è quanto sta avvenendo.

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