Applicazione retroattiva delle sanzioni: una pratica della Germania nazista, dell’Unione sovietica e della Cina di Mao

Costituzione italiana, Convenzione europea dei diritti dell’uomo, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e Dichiarazione universale dei diritti umani si possono stravolgere, tutte, in un solo colpo? Sì, a condizione che si tratti di Silvio Berlusconi

Intervento in Aula sulla Relazione della Giunta delle elezioni e delle imunità parlamentari concernente la decadenza di Silvio Berlusconi

Signor Presidente,

intervengo per presentare una questione pregiudiziale, ai sensi dell’articolo 93 del Regolamento, proponendo che non si proceda alla discussione del documento perché la Giunta, nel suo operato e nella sua deliberazione, non ha tenuto conto del fatto che la nostra Costituzione e tutti i principali documenti giuridici, anche internazionali, vietano l’applicazione retroattiva delle sanzioni.

Mi farebbero sorridere le annotazioni per cui questa non sarebbe una sanzione ma una questione morale, mi farebbero ridere questi sottili distinguo se essi non venissero anche da persone che, nella loro vita fuori dal Parlamento, hanno giudicato e giudicano della libertà e del diritto delle persone. Allora il sorriso mi passa e mi viene una grande inquietudine per il nostro Paese. Ricordo, a proposito dell’irretroattività, l’articolo 25 della nostra Costituzione, per cui «nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso» e le analoghe statuizioni della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e della Dichiarazione universale dei diritti umani. Certo, non tutti i Paesi hanno applicato questi principi: non l’hanno fatto, per esempio, la Germania nazista, l’Unione sovietica di Stalin e la Cina di Mao.

Ci sono state però anche analogie nel nostro Paese, ma ci ritornerò dopo aver posto come questione sospensiva – questa è la seconda incidentale che presento – la proposta di rinviare la discussione di questo documento a quando l’Assemblea avrà deciso sulla base della deliberazione della Giunta per il Regolamento che ha cambiato il Regolamento stesso.

Allora, per le modifiche del nostro Regolamento l’articolo 167 dice che si deve andare in Aula sulla base di una proposta della Giunta per il Regolamento sulla quale l’Assemblea discute; si possono presentare emendamenti, e si vota – guarda caso – con il voto segreto. Cambiare il Regolamento del Senato attraverso una cosiddetta interpretazione è un atto di assalto alla legalità, quella legalità che riempie la bocca di tanti moralisti: un assalto sfacciato, spudorato, violento alla legalità. Pertanto, propongo che la questione sia decisa dopo che l’Assemblea avrà sancito – se lo sancirà – che il Regolamento è cambiato, visto che il Presidente ha già annunciato che vuole a tutti i costi votare con il voto palese.

Ciò tenuto presente che quello della Giunta per il Regolamento è un parere, deliberato da circa una quindicina – se non ricordo male – di rispettabilissimi colleghi, che non sono la maggioranza del Senato perché la maggioranza assoluta del Senato è quella prescritta dal Regolamento per cambiarlo. Come giustamente mi suggerisce il collega Palma, non erano quindici persone ma sette su tredici (è finita sette a sei). Quello della Giunta è un parere mentre il Regolamento del Senato recita: «Sono effettuate a scrutinio segreto le votazioni comunque riguardanti persone e le elezioni mediante schede».

La collega Lo Moro, con il suo garbo e il suo bel sorriso, ci ha detto che la faccenda di Di Girolamo è diversa; in realtà si tratta in entrambi i casi di decadenza per sopravvenuta ineleggibilità. La vera differenza non è che Di Girolamo era in una fase e qui siamo in un’altra: la vera differenza è che oggi si parla di Silvio Berlusconi e quando si parla di Silvio Berlusconi molti, purtroppo, si sentono autorizzati a stravolgere qualunque regola e pudore.

Mi piacerebbe poter dire che è la prima volta che succede questo nel nostro Parlamento, ma non è la prima volta; c’è un precedente: 9 novembre 1926. La Camera decise di far decadere, per questioni morali, i deputati aventiniani. Ci fu una serie di piccole violazioni del Regolamento, naturalmente, perché da nessuna parte era scritta la regola che ci fosse la decadenza per motivi morali. Il motivo morale era che gli aventiniani non partecipavano ai lavori del Parlamento e dunque creavano disdoro alle istituzioni dello Stato. Ci fu poi un’altra forzatura, basata su interpretazioni del Regolamento, perché per introdurre un nuovo argomento ci sarebbero voluti i tre quarti dei membri dell’Assemblea, ma siccome gli aventianiani non partecipavano ai lavori e i tre quarti non si potevano raggiungere, il Presidente della Camera decise che allora in quel caso non si contavano. Una serie di forzature, una dopo l’altra, e sappiamo come finì la storia. Ci furono altre forzature perché i deputati comunisti, pur partecipando ai lavori, vennero ugualmente inclusi nell’atto che decretava la decadenza, tanto lo spirito era quello: far fuori l’opposizione, quindi tutto andava bene.

Ora, io non voglio che la nostra Patria vada in questa direzione e mi appello alla coscienza di ciascuno, ricordando che l’unica cosa necessaria perché il male prevalga, come ha detto un grande scrittore, è che le persone perbene non facciano nulla. In quel 9 novembre 1926 c’erano anche persone perbene; qui ce ne sono moltissime e, mentre allora non fecero nulla, spero che la cosa non si ripeta oggi, perché sarebbe una pagina veramente triste per il nostro Paese e per le nostre istituzioni.

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