Se un politico viene distrutto nella sua carriera è un danno alla democrazia e non un danno a quel singolo politico.

Signor Presidente, nel dichiarare il voto favorevole sulla deliberazione della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari riguardante l’ex senatore Giovanardi, evidenzio come essa sia, addirittura, opportuna in questo caso. È talmente infondata l’azione che è stata e che viene portata avanti contro Carlo Giovanardi che, utilizzando quella singola intercettazione, c’è qualche elemento in più per comprenderla; più si riesce andare a fondo su questa vicenda e più si comprende quanto infondata sia e, anzi, quanto sia ingiusto, come ho detto precedentemente, che un parlamentare debba affrontare le spese, la sofferenza, la cattiva fama che un’azione giudiziaria nei suoi confronti comporta.

Sappiamo che questo non è un caso isolato. Io ho sentito parlare questa mattina qualcuno che ancora non ha capito che l’insindacabilità di certi atti non è un privilegio; anzi, determinate tutele previste dai Padri costituenti erano molto più forti. Ho sentito qualcuno dire che qui si va contro ciò che stabilirono i Padri costituenti; ma i Padri costituenti stabilirono che per indagare un parlamentare fosse necessaria l’autorizzazione a procedere. Ora questo non c’è più, ci sono delle residue garanzie, ma è chiaro che, se vengono messe in discussione per ragioni di convenienza elettorale veramente di basso livello, allora il problema c’è.

Questo elemento non è stato inserito a caso e, guarda caso, in tutti i Paesi esiste una situazione di questo genere: tutti i Paesi parlamentari hanno una protezione rispetto all’azione giudiziaria. (Applausi).

Naturalmente parlo dei Paesi democratici; nei Paesi non democratici, ovviamente, dove la magistratura è in mano al Governo, anche il Parlamento (che di solito è un finto Parlamento) deve essere sotto il tallone di chi ha il potere esecutivo. Noi invece siamo un Paese democratico, come tanti altri, per cui c’è questa garanzia.

Questa garanzia deriva dalla concezione alla base delle democrazie moderne, cioè che non esistano categorie – pensa un po’ – infallibili. Se ci fossero categorie infallibili e perfette, le individueremmo ed esse comanderebbero; non c’è problema, se sono infallibili e perfette saremmo a posto. Se i magistrati fossero perfetti e infallibili si darebbe loro tutto il potere; si abolirebbero il Parlamento, le elezioni e tutte queste cose lunghe e fastidiose (per qualcuno) e saremmo a posto. Purtroppo anche i magistrati – pensa un po’ – non sono perfetti, come qualunque altra categoria. Se i funzionari dello Stato fossero perfetti governerebbero loro, ma non è così perché – pensate un po’ la rivelazione – accade che in tutte le categorie ci possa essere, accanto ai tanti che si comportano bene, qualcuno che si comporta male.

Pensate che questa decisione la presero i Padri costituenti nel 1946, nonostante la magistratura, durante il fascismo, avesse generalmente resistito alle pressioni del regime per emettere sentenze orientate politicamente, per la loro dignità, al punto che il regime, per ottenere determinati tipi di condanna, aveva istituito i tribunali speciali. Per questo nella nostra Costituzione il procedimento non può essere sottratto al giudice naturale: tutti principi che dovrebbero essere connaturati in chi si assume la responsabilità di fare il parlamentare. Invece qualcuno ha pensato di andare in direzione opposta.

Quanti casi abbiamo visto, di tutti i partiti, di persone accusate e poi assolte? Accusate, incarcerate per anni e poi assolte, tra i politici e anche tra i non politici.

Tra i non politici è una sanguinosa ingiustizia, che dovrebbe essere la priorità da affrontare quando ci si occupa dei problemi di giustizia. Ogni anno, secondo i dati della magistratura, 1.000 persone finiscono in carcere in Italia e poi la giustizia stessa, non i giornali o una parte politica, stabilisce che sono innocenti: una vergogna e, oltre a ciò, un costo: queste persone, infatti, anche se molto di meno di quanto sarebbe giusto, devono essere risarcite. Poi ci sono gli altri problemi della detenzione in condizioni non conformi alle norme del diritto internazionale. Questa dovrebbe essere la priorità; altro che approvare il processo eterno, le intercettazioni dappertutto, anche in camera da letto e in ogni circostanza. Questa doveva essere la priorità.

Restando all’aspetto politico, se un politico viene distrutto nella sua carriera è un danno alla democrazia e non un danno a quel singolo politico. Per questo non si può parlare di rinuncia alle prerogative dell’articolo 68: non è una difesa della persona, ma una difesa della democrazia. (Applausi). Un parlamentare deve poter esercitare il suo mandato senza condizionamenti esterni. Naturalmente deve rispettare la legge, ma quando dite: «deve difendersi nel processo», come ha detto qualche geniale collega, sappiate che la scorsa legislatura abbiamo avuto un senatore non di Forza Italia stranamente, ma del Partito Democratico, che è stato colpito da decine e decine di cause giudiziarie. E se il parlamentare non può avere questo minimo di garanzia, garantita da quel che resta dell’articolo 68 della Costituzione, vuol dire che deve usare tutto il tuo tempo e tutti i suoi soldi – anzi, più dei soldi che ha – per difendersi nei processi, anziché fare il suo dovere, vale a dire difendere l’interesse dei cittadini italiani. (Applausi).

Se non si ha coscienza di questo, forse bisognerebbe fare un altro mestiere, non venire a fare il parlamentare, che è una missione. Difendiamo le prerogative dei cittadini qui, perché se il cittadino sceglie una certa persona per rappresentarlo in Parlamento e poi questa certa persona non può fare una cosa perché ha paura che il magistrato lo indaghi, non può farne un’altra perché ha paura che gli facciano causa per diffamazione e deve sopportare decine di conseguenze quindi, non può più vivere né materialmente né in termini di tempo, allora non ci siamo. Difendiamo pertanto le prerogative del Parlamento, perché sono le prerogative dei cittadini e della democrazia. (Applausi).

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