Sigarette elettroniche: la tassazione eccessiva produrrà la perdita di migliaia di posti di lavoro e la cessazione di tante attività

Non ripetiamo gli autogol del passato: aumentando a dismisura le imposte sulla nautica da diporto, il Governo Monti incassò 13 milioni anziché 150, mentre oltre il 90 per cento delle imbarcazioni fu rottamato o spostato all’estero

Intervento in Aula nella discussione sulla promozione dell’occupazione e della coesione sociale, l’IVA e altre misure finanziarie urgenti

Signor Presidente, Signor rappresentante del Governo, Colleghi,

il provvedimento al nostro esame contiene misure importanti, e particolarmente importante è un elemento richiesto dal Popolo della Libertà, ma certamente condiviso, qual è il rinvio – anzi – l’annullamento dell’aumento dell’IVA. Un aumento che probabilmente non avrebbe portato maggiore gettito perché avrebbe causato una diminuzione dei nostri consumi, per cui avrebbe semplicemente contribuito a deprimerli, con tutto quello che ne consegue anche a livello di mero gettito per lo Stato e senza creare beneficio. Pertanto, meritoriamente, l’IVA non aumenterà.

Il provvedimento contiene anche norme per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile.

Vorrei soffermarmi su un punto specifico del decreto-legge ricordando un episodio della scorsa legislatura: il Governo Monti pensò di ricavare il denaro necessario a migliorare i saldi del nostro bilancio aumentando a dismisura le imposte sulle imbarcazioni da diporto, prevedendo un introito per lo Stato, a seguito di questa imposizione, di 150 milioni di euro; naturalmente, tutto ciò doveva andare a bilanciare delle spese e così via. La realtà è che, anziché incassare 150 milioni, se ne incassarono 13; il danno però fu molto superiore a quei 137 milioni di euro mancanti. Non erano previsioni sbagliate nel senso che si era valutata male la platea, perché la platea era quella: se il numero delle imbarcazioni da diporto fosse rimasto quello iniziale, l’incasso sarebbe stato di 150 milioni. Il fatto che da 150 milioni si sia scesi a 13 milioni vuol dire che oltre il 90 per cento delle imbarcazioni da diporto è stato o rottamato o spostato all’estero; pertanto, anziché creare un beneficio di 13 milioni per lo Stato (non è quello il beneficio), si è creato un grave danno, perché tutto l’indotto, tutte le spese che sono connesse a quel settore sono andate all’estero o sono cessate del tutto e i posti di lavoro sono stati cancellati e trasferiti all’estero.

Cito questo episodio in quanto nel decreto-legge n. 76 mi sembra ci sia un altro caso del genere: all’articolo 11, comma 22, viene introdotta una specifica tassazione sulle sigarette elettroniche. Spero che il Sottosegretario, impegnato nelle carte, riesca anche ad ascoltarmi; non dubito delle Sue capacità e a Lei mi rivolgo in quanto rappresentante del Governo. È sicuro il Governo che, stabilendo questa imposizione, il gettito aumenterà e non diminuirà invece? Ho constatato con stupore che nessuno ha pensato di consultare – anzi, neppure di avere dei dati attendibili – su quale sia oggi in Italia il mercato delle sigarette elettroniche. Quando è stato presentato questo decreto, l’associazione degli imprenditori di questo settore in cui l’Italia ad oggi è leader in Europa, con un rilevante export, ha affermato che una tassazione di questo genere – non solo per l’entità ma, più ancora, per le modalità con le quali viene introdotta – causerà probabilmente la chiusura di migliaia di negozi, dunque la perdita di migliaia di posti di lavoro, e anche la cessazione dell’attività di molti impianti che producono queste sostanze. È vero che questi impianti lavorano anche per l’esportazione ma, nel momento in cui il mercato italiano sarà desertificato – poiché, com’è noto, la tassazione, il costo del lavoro, le condizioni generali non sono particolarmente favorevoli in Italia rispetto agli altri Paesi e molte delle aziende che producono materiale elettronico si trovano nel Nord Italia, spesso vicino al confine con Paesi esteri – è evidente che queste sposteranno di qualche chilometro i loro impianti di produzione: per cui perderemo migliaia di posti di lavoro, gettito per lo Stato in termini di imposta sul reddito, e finiremo per perdere anche il gettito esistente derivante dall’attuale IVA posta su questi prodotti.

Ho presentato in Commissione, e ripresentato in Aula, una proposta per un’aliquota maggiorata, finalizzata non a cancellare questa imposizione ma a introdurla in una forma pagabile e quindi riscuotibile dallo Stato: anziché metterla sul prodotto venduto, con un aggravio e un anticipo di costi da parte dei rivenditori, propongo di metterla sulla produzione.

Giova sapere che, già oggi, centinaia di negozi di sigarette elettroniche hanno chiuso per aver sopravvalutato, probabilmente, le capacità di crescita del mercato e per la carenza di fondi necessari a investire maggiormente. Nel momento in cui su ciascuna di queste piccole imprese – solitamente gestite da quei giovani che il titolo del decreto afferma di voler aiutare in termini di occupazione – graverà l’obbligo di anticipare, ai sensi del presente decreto, qualcosa come 100.000 euro di imposte (perché dovranno essere sottoposte allo stesso regime di coloro che vendono tabacchi e sigarette ordinarie), verosimilmente migliaia di questi negozi chiuderanno, con conseguente perdita di posti di lavoro e di introiti per lo Stato, e persone che hanno investito dei soldi si ritroveranno senza lavoro e con debiti da pagare. Supponendo anche di mettere da parte le considerazioni – che invece dovrebbero essere fondamentali – sui posti di lavoro nelle rivendite e nelle imprese produttrici, sotto il profilo del gettito il 58 per cento di niente è molto meno del 21 per cento di qualcosa.

Chiedo, pertanto, al Governo di esaminare con attenzione questo aspetto, altrimenti andremo incontro a un altro clamoroso e dannosissimo autogol come quello sulle imbarcazioni da diporto: per compensare il mancato aumento dell’IVA, anziché introdurre una tassa devastante sulle imbarcazioni da diporto sarebbe forse stato meglio toglierla; probabilmente lo Stato avrebbe guadagnato, perché qualcuno sarebbe tornato nel nostro Paese.

Non possiamo dire ogni giorno, anche con grande enfasi e sincerità, che vogliamo difendere e promuovere l’occupazione e poi, con provvedimenti come questo – ahimè, non unico – non solo non incoraggiamo ma addirittura distruggiamo, quasi scientemente e in modo specifico, un settore in crescita. C’è un settore in crescita e dove l’Italia è leader? Distruggiamolo. In questo modo gli operatori andranno all’estero e avremo ottenuto il bel risultato di avere meno gettito, posti di lavoro che si spostano all’estero e giovani disperati perché senza lavoro, dopo aver investito in un negozio, e con dei debiti.

Spero di aver torto ove le proposte che ho avanzato – una tassazione al momento della produzione e non della rivendita, che incida solo la parte propriamente succedanea del fumo e non accessori che non hanno nulla a che fare con l’attività specifica e che si possono benissimo comprare in un negozio di elettronica, essendo identici per una sigaretta elettronica, un telefonino o altre apparecchiature elettroniche – non dovessero essere accolte. Chi rifiuterà una proposta di questo genere? Volere troppo e uccidere la gallina dalle uova d’oro non è un buon investimento. Nel momento in cui rimanesse questo rifiuto, coloro che lo esprimono se ne assumono la responsabilità: se, fra un anno, queste migliaia di posti di lavoro saranno persi, bisognerà che qualcuno venga a spiegare perché ha detto “no” a queste proposte e ha «ucciso» migliaia di posti di lavoro.

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