Alla donne vittime di violenza vengono strappati i figli dallo Stato

Signor Presidente, ho chiesto di parlare sul provvedimento in esame perché tocca un argomento molto importante, la tutela delle vittime della violenza sulle donne, ovvero violenza interfamiliare.

Sono state dette tante cose. Uno degli elementi fondamentali è che, nella stragrande maggioranza dei casi, questi episodi di violenza si verificano lontano da occhi estranei e, a volte, purtroppo, sotto gli occhi degli altri familiari, in particolare dei bambini; e avvengono in condizioni tali per cui, se la donna non denuncia la situazione in cui si trova, la situazione di pericolo o, comunque, gli episodi in cui è stata vittima di violenza, difficilmente la questione può venire all’attenzione di qualsivoglia autorità.

Poi, occorre, naturalmente, un intervento tempestivo dell’autorità perché, al di là del l’obbligo, che viene introdotto, di sentire la persona interessata in tempi rapidi, occorrerebbe anche che l’ascolto non fosse un adempimento burocratico. Noi sappiamo – se vogliamo saperlo – quanto spesso ci siano dei meri adempimenti burocratici sotto siffatto punto di vista, in questo come in molti altri casi in cui qualunque tipo di reato o di comportamento viene segnalato alle autorità. Per cui, non pensiamo che il solo fatto di obbligare il magistrato ad ascoltare la persona che denuncia violenze familiari possa risolvere la questione, perché bisognerà che la ascolti attivamente, e non in modo burocratico.

Il pericolo che sicuramente rilevo è che ci sia un raddoppio della denuncia o della segnalazione fatta, semplicemente sotto forma di interrogatorio e di ascolto della persona, magari da parte della stessa che ha già ricevuto la denuncia, che però lo fa come polizia giudiziaria per incarico del magistrato. Per cui, non pensiamo che basti la legge. Occorre una rete che sia presente sul territorio. E, soprattutto, bisogna che il magistrato direttamente – cosa che difficilmente accade – o la persona da questi incaricato sia davvero non soltanto attenta a ciò che gli viene detto, ma sia anche in grado di prendere misure urgenti, ove siano opportune.

Un aspetto molto preoccupante che vorrei segnalare in particolare – ascoltando in giro persone che si occupano del settore ho capito che è un fatto risaputo, ma non l’ho mai sentito dire pubblicamente – è il seguente: nella quasi totalità dei casi in cui una donna si rivolge alle autorità, denunciando maltrattamenti in famiglia da parte del marito o compagno, la persona che viene allontanata da casa non è la parte violenta – ho parlato di donne, ma esistono anche casi inversi – ma è la vittima; e ciò avviene per la bella ragione che la parte violenta, essendo violenta, probabilmente non osserverà l’obbligo di tenersi lontano da quella abitazione. Di conseguenza chi viene strappato dal suo ambiente è la vittima e non colui o colei che è il vero colpevole: già qui c’è un problema. E si fa ciò perché non si è in grado di garantire un intervento tempestivo nel caso in cui la persona che deve stare lontana dal domicilio e prima apparteneva a quel nucleo possa effettivamente avvicinarsi.

Il problema più grave è che queste persone, generalmente donne, che vengono allontanate da casa, a quel punto per obbligo, perdono quella che un tempo si chiamava più appropriatamente la potestà genitoriale e che oggi si chiama, per una delega data dal Parlamento e tradita dal legislatore delegato, responsabilità genitoriale; in ogni caso, in sostanza, è quello che per legge consiste nell’essere genitori, al di là delle questioni naturali. Ebbene, queste persone, donne in particolare, denunciano di aver subìto violenza in famiglia e vengono mandate in un centro di accoglienza o casa famiglia dove, spesso, senza rendersene conto, perdono i propri figli, anche se li hanno con sé, nel senso che in realtà non sono più sotto la loro responsabilità, ma vengono posti sotto la responsabilità dei servizi sociali o del responsabile dei centri di accoglienza. Spesso la donna quando entra in quelle case non se ne accorge, perché dovrebbe avere il sollievo di essere lontana dal pericolo di continuare a subire maltrattamenti; se ne accorge nel caso in cui – a ragione o a torto – venga espulsa dalla casa di accoglienza se coloro che insindacabilmente giudicano il suo comportamento non lo reputino appropriato. A quel punto si rende conto di aver perso i suoi figli (perché viene espulsa), i quali restano nella casa di accoglienza dove li potrà vedere solo sotto sorveglianza e in poche occasioni durante la settimana.

Questo è un fatto davvero grave, perché prima di tutto è una gravissima ingiustizia perpetrata nei confronti di una persona che subisce violenza – si suppone, perché altrimenti non doveva essere adottato alcun provvedimento – e che viene oltretutto punita, nel senso che le viene portato via quanto generalmente si ritiene di più prezioso al mondo, cioè i propri figli. Purtroppo è una pratica diventata regola e si verifica in quasi tutti i casi; solo in rarissimi casi ciò non succede, e ciò avviene quando ci si avvale di un avvocato che conosce la procedura e cerca di prevenirla, magari trovandosi di fronte responsabili dei servizi sociali e/o un magistrato che riescono a gestire la vicenda non nel modo solito e con i soliti ingiusti provvedimenti.

È un elemento questo su cui bisogna riflettere, come su tutti coloro che hanno responsabilità su tali procedure, dai tribunali dei minori, ai servizi sociali con i loro responsabili, che sono gli enti locali, ma naturalmente anche su tutta un’organizzazione che alla fine dipende dal Ministero della salute. Queste modalità devono essere modificate, perché non è più accettabile – ed è gravissimo – che si verifichino episodi di tal genere.

Le persone che poi vengono messe nelle case-famiglia di solito rappresentano un’ottima fonte di reddito per quelle strutture o per i centri di accoglienza, nel senso che ricevono dei finanziamenti, anche se non sempre ragionevoli, e ciò ovviamente alimenta il business.

Conosciamo tutti – è all’attenzione, anche se non in maniera così alta, dei mezzi di informazione e oggetto di molte azioni di carattere politico – la questione dei bambini allontanati in altre modalità. Mi riferisco a tutte le vicende verificatesi in provincia di Reggio Emilia, ma ne stanno emergendo altre. Da anni denuncio fatti del genere e finalmente se ne parla un po’ di più. Ma le stesse identiche situazioni si verificano addirittura in automatico a danno di madri che hanno il torto di avere denunciato maltrattamenti in famiglia.

Su questo vorrei che ci fosse l’attenzione in particolare del Ministro della giustizia, sempre pronto a sventolare manette e a ostentare provvedimenti della massima severità e urgenza; quando invece si tratta di bambini strappati e rapiti, a nome del popolo italiano, alle proprie famiglie si dice: «si vedrà», «si controllerà», «vedremo, forse», «la responsabilità è di qualcun altro». No, questo è davvero grave: il fatto che dei bambini vengano strappati ai loro genitori dallo Stato, in nome dello Stato, quando non ne esistono i presupposti, è gravissimo e dovrebbe essere una vera priorità, e non una questione a cui dedicare una risposta di dieci secondi in un question time. (Applausi dal Gruppo FI-BP).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Grasso. Ne ha facoltà.

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