Conflitto d’interessi: un disegno di legge del quale possiamo essere orgogliosi, perché rispetta e tutela i diritti costituzionali di tutti

Una buona proposta che, con grande rispetto e in piena applicazione della Costituzione, pone le misure più idonee per prevenire e intervenire

Intervento in Aula nella discussione del disegno di legge in materia di conflitto d’interessi

Signor Presidente,

il disegno di legge governativo che stiamo discutendo affronta un argomento certamente importante, come testimoniato dal gran numero di iscritti a parlare della Maggioranza e, soprattutto, dell’Opposizione.

È un argomento difficile, come è dimostrato anche dal fatto che, nei cinque anni in cui l’attuale Opposizione ha avuto la maggioranza in entrambe le Camere, non si è arrivati all’approvazione di una legge sull’argomento, pur avendo presentato diverse proposte e pur avendo quella parte politica indicato il conflitto d’interessi come uno dei punti fondamentali – ribadito più volte nel corso del dibattito – della vita politica del Paese.

Il disegno di legge è una buona proposta, che affronta la problematica in modo realistico, cioè andando a porre le misure più idonee per prevenire il conflitto d’interessi e per intervenire nel caso in cui esso venga esplicitato in atti del Governo. È un buon disegno di legge, perché è concepito oltre che con grande rispetto, con l’applicazione della Costituzione, a cominciare dall’articolo 1 dove si indica che la sovranità appartiene al Popolo. Noi non riteniamo che il voto popolare di per sé faccia cessare qualunque dibattito al riguardo di coloro i quali sono stati votati dalla maggioranza del Popolo; riteniamo, però, che il Popolo in questi anni abbia votato con la piena consapevolezza – questo è stato uno dei temi più dibattuti – della preoccupazione indubbiamente manifestata dal centrosinistra riguardo a tale problema. Pertanto, c’è stata informazione riguardo al presunto pericolo rappresentato dal potenziale conflitto d’interessi indicato dalla Sinistra, peraltro senza che ci sia stata assolutamente una predominanza sui mezzi di informazione di una parte politica, specialmente se questa è l’attuale Maggioranza, dopo una campagna elettorale in cui il Servizio televisivo pubblico – appartenente a tutti i Cittadini e al quale i Cittadini sono addirittura obbligati a versare un canone di abbonamento – è stato usato come una mazza ferrata contro il candidato alla Presidenza del Consiglio dell’attuale Maggioranza, che all’epoca però aveva la sfortuna di trovarsi all’Opposizione. Quindi, non si può certo dire che i Cittadini nelle scorse elezioni non abbiano avuto modo di farsi una precisa idea su questo problema. Semmai, ci sono state delle palesi violazioni del diritto della Casa delle Libertà di far conoscere le proprie opinioni nel periodo della campagna elettorale, nel quale, a seguito della “legge bavaglio” chiamata par condicio, non è stato possibile – a differenza degli anni precedenti – effettuare la comunicazione elettorale.

Questo disegno di legge rispetta anche l’articolo 3 della Costituzione, quello che sancisce l’uguaglianza dei Cittadini. Si ritiene, infatti, che essi abbiano tutti il diritto di partecipare alla vita politica, naturalmente come elettori, come soggetti dell’informazione del dibattito politico e anche come candidati. La forzatura, per non parlare di mistificazione, di alcuni esponenti dell’Opposizione, quando affermano che con questo disegno di legge si toglierebbe il diritto a milioni di Cittadini di diventare membri del Governo, è basata su elementi infondati. Infatti, si stabilisce certamente un’incompatibilità tra alcune condizioni che interessano milioni di Cittadini con l’esercizio di cariche di Governo, ma si tratta di condizioni già previste, di fatto o di diritto, per l’elezione a membro del Parlamento. Già oggi ci sono in questo Parlamento rappresentanti di categorie di Cittadini che vengono poi dichiarate incompatibili all’accesso alle cariche di Governo, ma evidentemente sono parlamentari, hanno fatto parte – e ne fanno ancora – del Governo, per aver rispettato la semplice condizione di abbandonare transitoriamente la loro condizione di incompatibilità. Tale abbandono, che si ricopra il ruolo di dipendente dello Stato o di privati, viene affiancato dal diritto a riassumere questa occupazione, questo incarico, una volta cessato il mandato parlamentare. Pertanto, è bene sottolineare che a nessun Cittadino italiano viene tolto il diritto di diventare membro del Governo, proprio come non è accaduto nel passato.

Altra cosa è, come previsto da alcuni emendamenti in discussione, chiedere di togliere a chi voglia accedere al Governo – non transitoriamente ma, in questo caso, permanentementela proprietà di beni di cui godeva il Cittadino prima di assumere la carica. Come ho già avuto modo di dire ieri durante la discussione della questione pregiudiziale, prevedere l’incompatibilità anche con la mera proprietà di certe società, imponendo la vendita di pacchetti azionari di minoranza o di maggioranza, vorrebbe dire privare questo Cittadino di ciò che molto spesso costituisce uno degli aspetti fondamentali della propria attività, dell’ambito in cui egli si è impegnato. Sarebbe come imporre al docente universitario che, quando assume la carica di Governo, di abbandonare la propria cattedra; non solo di lasciare quest’ultima o altri incarichi per il periodo in cui riveste tale carica, ma negargli la possibilità di riassumerla una volta terminato il proprio mandato come membro del Governo. È stato detto che l’imprenditore, vendendo, avrebbe una somma di denaro tale da poter riacquistare un’altra azienda. Sarebbe come dire al docente universitario che, essendo egli titolato, una volta lasciata la carica di Governo può benissimo riaffrontare i concorsi per conquistare una nuova cattedra, magari non più nella Città in cui insegnava prima ma a mille chilometri di distanza. Ho fatto l’esempio dei docenti universitari, categoria ben rappresentata in quest’Aula, ma si potrebbero fare altri esempi. Noi riteniamo che quello di uguaglianza sia davvero un principio da applicare a tutti e non soltanto a qualcuno, altrimenti non si tratterebbe di uguaglianza bensì di discriminazione.

Altro principio costituzionale fondamentale, che noi riteniamo vada tutelato e che questa legge applica pienamente, è quello contenuto nell’articolo 41 della Costituzione che recita: «L’iniziativa economica privata è libera». Non può essere considerata una sorta di colpa, di marchio infamante da rimuovere, la condizione di un imprenditore che, o all’atto di rivestire una carica governativa o in precedenza, decida di diventare mero proprietario affidando ad altri la gestione della propria azienda.

È, inoltre, importante sottolineare il principio contenuto nell’articolo 42 della Costituzione che tutela la proprietà privata, che viene «riconosciuta e garantita». È stato sottolineato da esponenti dell’Opposizione (e questo, a mio avviso, è un punto molto importante) che sì, è vero quanto recita il comma 2 dell’articolo 42 della Costituzione, tuttavia si ricorda che il comma 3 dello stesso articolo afferma che: «La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale». Anche nel corso della seduta di ieri è stata ricordata la possibilità di arrivare sino all’esproprio – che, peraltro, è implicitamente, se non esplicitamente, previsto da alcuni degli emendamenti presentati da alcuni esponenti dell’Opposizione e che hanno fatto parte anche del disegno di legge discusso nella precedente legislatura senza, però, giungere ad approvazione. Quando si parla di espropriazione di proprietà privata per motivi di interesse generale si deve davvero trattare di motivi di interesse generale. Se si usa questo articolo per affermare che la proprietà privata può essere limitata quando il titolare della stessa vuole diventare membro del Governo, mi pare che l’interesse generale non solo non ci sia ma si tratti, semmai, dell’interesse di una parte. Pertanto, si tratta di una citazione del tutto inappropriata.

Altro concetto importante è contenuto nell’articolo 51 della Costituzione, dove si ricorda che tutti i Cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza; in pratica, non si possono mettere alcuni Cittadini nelle condizioni di non poter accedere a certi uffici pubblici e a certe cariche, in particolar modo quando si tratti di cariche importanti e ruoli chiave come sono quelli di Governo, oggetto del disegno di legge in discussione.

Altro punto che ritengo dovrebbe essere di guida al dibattito è l’articolo 54, secondo comma, della Costituzione, che stabilisce che: «I Cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge». L’adempimento del proprio incarico nelle funzioni pubbliche, in particolare in un ruolo così importante quale quello di membro del Governo, deve essere ritenuto un valore fondamentale per la vita e per il buon andamento del nostro Paese. Chi può essere giudice circa l’adempimento di questo dovere? Chi, se non il Popolo, come previsto dall’articolo 1 della Costituzione e come è a fondamento della stessa democrazia? Il Popolo, allora, deve essere messo in condizioni di eleggere chi meglio ritiene per rivestire le varie cariche elettive e di giudicare l’operato dei membri del Governo.

Vorrei aggiungere che il Parlamento – anzi, ogni singolo parlamentare – secondo la Costituzione rappresenta la Nazione. Sarebbe bello che in Parlamento fossero rappresentate all’incirca tutte le categorie e molte di esse lo sono già. Questo è un segno di vitalità della democrazia, dei Partiti, del Parlamento stesso, nel quale devono poterci essere dipendenti dello Stato, dipendenti privati, dirigenti, professionisti, pensionati, operai e così via. Devono poterci essere anche dei proprietari, così come devono poterci essere dei non proprietari. Una delle ragion d’essere del Parlamento è proprio quella di rappresentare veramente il Paese; non si può escludere una categoria dalla possibilità di accedere al Parlamento. Faccio un solo esempio: sono stati ricordati uomini non ordinariamente citati dalla Sinistra come suoi maître à penser, quali ad esempio Thomas Jefferson e la sua amara osservazione sul fatto che il rivestire cariche pubbliche sia una sorta di esilio e non già un dorato privilegio. Ebbene, l’esilio consiste nel doversi, in certi casi, isolare per adempiere al proprio dovere, tenendosi assolutamente separati dai propri interessi privati. Thomas Jefferson è stato Presidente degli Stati Uniti ed è stato un proprietario terriero, è stato un imprenditore. Vi sono persino dei documenti scritti che dimostrano come egli seguisse la sua azienda agricola anche quando era Presidente degli Stati Uniti. Certo, erano altri tempi: gli Stati Uniti di allora erano una Nazione piccola rispetto all’Italia di oggi; ma certamente la citazione è stata opportuna perché ci ricorda che il conflitto di interessi non deve essere una questione ontologica. Non si può stabilire che qualcuno, qualunque cosa faccia, è per forza in conflitto di interessi con l’esercizio di una carica pubblica. Si tratta di stabilire, come il disegno di legge molto bene prevede, che ove alcuni di questi atti siano in contrasto con l’interesse pubblico e a favore degli interessi privati di quel membro del Governo, devono essere previste modalità di intervento, già stabilite dal provvedimento al nostro esame.

Sottolineo anche che il disegno di legge ha visto dei miglioramenti nel suo percorso. Mi riferisco, in particolare, al lavoro svolto in Commissione, dove si è verificato un apporto collaborativo dell’Opposizione, anche se le istanze di quest’ultima non sono state tutte accolte. Nell’insieme, credo che possiamo essere orgogliosi del provvedimento che stiamo per approvare, proprio perché rispetta i diritti di tutti e cerca di risolvere un problema che da tempo tutti chiedono venga risolto.

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