Il Parlamento dà al Governo una delega in bianco che aumenterà la disoccupazione

Intervento in Aula sulla delega al Governo in materia di lavoro

Signor Presidente, anche il Gruppo Forza Italia chiede di non procedere nell’esame di questo provvedimento, innanzitutto per una ragione veramente procedurale e formale, ma estremamente importante.

La delega è estremamente generica e mette nelle mani del Governo, attraverso i decreti legislativi che ha delegato a emanare, la possibilità di scegliere, in realtà, che tipo di riforma del lavoro fare. Il Parlamento dà una delega in bianco. In alcuni casi ciò è messo in modo talmente esplicito da essere quasi ridicolo; purtroppo non è ridicolo pensare che norme delicatissime, che investono la vita dei cittadini, la vita delle aziende e i diritti dei lavoratori, vengono riservate a oscuri funzionari – cui va tutto il rispetto ma che, di certo, non sono rappresentati del popolo, né tantomeno lavorano né dovrebbero lavorare con una procedura di carattere pubblico alla luce del sole come, per forza di cose e per forza di legge e di Costituzione, lavora il Parlamento. Questo è davvero un fatto inaccettabile, perché vuol dire che norme che coinvolgono interessi enormi vengono riservate alle decisioni governative attraverso gli uffici ministeriali. Il Parlamento non può intervenire. È un fatto tutt’altro che di mera forma: è un fatto di contenuto.

Per esempio, al comma 2, lettera a), punto 6), si prevede la riduzione degli oneri contributivi ordinari e la rimodulazione degli stessi tra i settori. In che modo? Non si sa. Il Governo è libero di abbassare certi oneri ed alzarne certi altri a determinati settori o tipologie di lavoratori in piena libertà. Pertanto, qui stiamo votando, contemporaneamente, per autorizzare il Governo ad abbassare o ad aumentare gli oneri contributivi per le varie categorie e decidere autonomamente in che modo procedere.

Si dirà: c’è il parere delle Commissioni. Noi abbiamo esperienze molto negative su come vengono recepiti i pareri delle Commissioni in determinati casi di decreti legislativi. Mi viene in mente il riordino della geografia giudiziaria, dove pareri resi in modo praticamente unanime da Camera e Senato sono stati del tutto ignorati. Non si vede perché dovrebbe essere diversamente in questo caso.

Un altro punto non male è quello in cui si parla di «eventuale» (per cui il Governo può farlo, oppure no) «introduzione, dopo la fruizione dell’ASpl, di una prestazione, eventualmente priva di copertura figurativa (…)»: dunque, ripeto, il Governo può farlo o non farlo, può introdurre i contributi figurativi o non introdurli; in altre parole, può fare esattamente quello che vuole. Sarebbe stato più dignitoso abolire questo punto, così almeno non si sarebbe dato nessun criterio; peccato che la Costituzione lo preveda e che anche il buonsenso e la convenienza dei cittadini, dei lavoratori e delle aziende prevedrebbe norme certe. Sappiamo, infatti, che l’incertezza delle norme è una delle principali cause, forse la prima causa, della mancanza di investimenti e, dunque, della mancanza di assunzioni da parte delle aziende: un’azienda o un privato investono e assumono sulla base della certezza delle norme. La norma incerta è peggiore della norma cattiva, dal punto di vista dell’investitore: lo sa bene chi ha un minimo di dimestichezza con i mercati finanziari; e il mercato del lavoro, che però ha a che fare con persone e non con titoli azionari, risponde alle stesse logiche.

In un’altra parte di questo provvedimento leggiamo: «razionalizzazione» – la parola «razionalizzazione» è usata molte altre volte – «degli incentivi all’assunzione esistenti, da collegare alle caratteristiche osservabili per le quali l’analisi statistica evidenzi (…)». Razionalizzazione? «Razionalizzazione» è una parola che può andar bene in un programma che pecchi piuttosto di genericità; in un programma elettorale, magari per un Comune, in cui ci sono aspettative vaghe, possiamo scrivere «razionalizziamo gli uffici», ma non in un provvedimento di legge. Cosa vuol dire «razionalizzazione»? Vuol dire ancora una volta che il Governo fa quello che gli pare.

Più avanti abbiamo un’altra bella norma: «valorizzazione della bilateralità attraverso il riordino della disciplina vigente in materia (…)»; cioè, nessun criterio.

Ancora: «introduzione di principi di politica attiva del lavoro che prevedano la promozione di un collegamento tra misure di sostegno al reddito della persona inoccupata o disoccupata e misure volte al suo inserimento (…)»; di nuovo, di fatto, nessun criterio. È come dire: fai una buona legge. Ma questo può essere, al limite, il mandato che danno gli elettori in sede di elezioni. Ah già, dimenticavo: questo Governo non è stato voluto dagli elettori, ma da manovre di palazzo.

Oppure: «introduzione di modelli sperimentali, che prevedano l’utilizzo di strumenti per incentivare il collocamento dei soggetti in cerca di lavoro e che tengano anche conto delle buone pratiche (…)»; la genericità più assoluta.

Molte altre cose ci sono, ma la situazione diventa drammatica quando si arriva alle tipologie dei rapporti di lavoro, dove, per esempio, si parla di «razionalizzazione» – di nuovo – «e semplificazione delle procedure e degli adempimenti, anche mediante abrogazione di norme (…), con l’obiettivo di ridurre drasticamente il numero di atti di gestione del medesimo rapporto (…)». Il testo originale diceva: «dimezzare il numero di atti di gestione», ora scriviamo «ridurre drasticamente», perché sembrava troppo preciso come criterio e si è andati sull’ulteriore genericità.

Poi, forse il punto più rappresentativo: «introduzione, eventualmente» – di nuovo eventualmente – «anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi ad oggetto una prestazione di lavoro subordinato (…)». In altre parole, si prevede di stabilire una paga minima. Nel nostro Paese non esiste la paga minima per i lavoratori, è prevista solo nell’ambito dei contratti di lavoro nazionale; i settori che non hanno un contratto di lavoro nazionale non hanno la paga minima. Si dà mandato al Governo, se vuole, eventualmente in via sperimentale (lo fa per un po’ e poi può non farlo più), di introdurlo, senza stabilire alcun criterio di quale ne sia il livello, questo compenso orario minimo. Negli Stati Uniti d’America – ma certo noi siamo una democrazia molto più avanzata degli Stati Uniti d’America, talmente avanzata che non decidono più né il popolo, né il Parlamento – stabilire quanto è la paga minima (20 o 30 centesimi o mezzo dollaro in più o in meno) è oggetto di lunghi dibattiti parlamentari e di campagne elettorali: ripeto, sulla base di questo punto. In questo testo, invece, diamo mandato al Governo di fare esattamente quello che vuole: può stabilire che la paga minima è 50 centesimi o che è 50 euro per ora: il totale arbitrio. Questa è la prova più evidente della totale espropriazione e della totale scorrettezza di questa delega.

Accanto a cose eccessivamente generiche, che danno al Governo una libertà che non è sua propria (nella Costituzione, all’articolo 76, è chiarissimo che il Governo può essere delegato a legiferare solo con precisi criteri, che qui sono dichiaratamente generici), abbiamo una cosa quasi comica. In un punto dell’articolo 1 comma 2 del disegno di legge troviamo qualcosa che vale davvero la pena leggere: «introduzione» notare bene la parola introduzione «del divieto per le pubbliche amministrazioni di richiedere dati dei quali esse sono in possesso». Una norma che esiste da decenni. Poi spetterebbe al Governo governare, anziché fare le leggi espropriando il Parlamento, spetterebbe al Governo governare e imporre ai suoi uffici di applicare questa norma, non come fa l’Agenzia delle entrate, che chiede costantemente documenti già in suo possesso, tartassando i cittadini nei tempi, nei modi e con multe se poi non portano i dati già in suo possesso.

Infine, c’è un problema di sostanza. Questa norma, per la sua genericità, per la sua intenzione di abolire i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, sostituendoli idealmente con un rapporto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti ma in realtà, nella maggior parte dei casi, sostituendolo con la disoccupazione (non più – ripeto – con un rapporto a tempo indeterminato, ma con la disoccupazione), non solo non creerà alcun posto di lavoro, ma ne farà perdere parecchi.

Purtroppo pagheranno i cittadini, giovani e non giovani, che perderanno il lavoro.

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