Jobs Act: Norme generiche e termini vaghi. L’unica certezza? L’incertezza

Mistero sulle “tutele crescenti”, mistero sugli obblighi degli imprenditori. Una delega generica che dà modo al Governo di fare quello che vuole, compreso l’inserimento di norme decise nella segreteria PD

Il senatore Malan interviene in Aula sulla fiducia al Governo in materia di lavoro

Questo provvedimento ha suscitato grandi aspettative sia negli operatori economici, sia tra i tanti Italiani che cercano lavoro. Proprio in questi giorni stiamo sperimentando il massimo tasso di disoccupazione della Storia – e non degli ultimi 37 anni, come affrettatamente alcuni interpretano. Si dice che è la prima volta dal 1977 che c’è un tasso di disoccupazione così alto solo perché è dal 1977 che c’è l’attuale tipo di misurazione del tasso di disoccupazione. Giova però ricordare che, nel 1977, la disoccupazione era al 7 per cento, mentre oggi è al 13,4 per cento: nel 1977 dunque non era più alta. In precedenza non si è mai raggiunto l’attuale livello, quindi oggi abbiamo il massimo livello di disoccupazione di sempre, e l’attuale Esecutivo non può limitarsi a dire che è colpa dei Governi precedenti; quanto meno non dovrebbe aumentare più.

Con questo provvedimento si è fatto credere che si aprono orizzonti sconfinati per la crescita dell’occupazione, mentre invece non si apre un bel nulla. Tanto per cominciare, come ho avuto modo di dire ieri illustrando la questione pregiudiziale a nome del Gruppo Forza Italia, si tratta di norme così generiche che sono atte a generare incertezza, ed è esattamente l’incertezza che induce a non fare investimenti (e assumere nuovi lavoratori e lavoratrici è un investimento).

Non solo. Dentro il provvedimento non c’è praticamente nulla; l’unica certezza è che non ci sarà la possibilità di reintegro per i licenziamenti dovuti a ragioni economiche. Ma questo, come ha chiaramente precisato l’ex ministro Fornero, era già previsto nel suo decreto – che, peraltro, non ha una buona fama in nessuna delle categorie produttive del Paese. Dunque questa previsione c’era già: è stata riscritta. Un po’ come è stato riscritto che le pubbliche amministrazioni non possono chiedere documenti di cui già sono in possesso: una norma antichissima che purtroppo il Governo – in questo caso anche altri Governi precedenti – non fa applicare. Dunque, tale previsione non è una novità perché già c’era prima. Inoltre, di fatto, quando l’azienda riduce il suo personale per ragioni economiche, è davvero difficile pensare a un reintegro forzoso perché causerebbe verosimilmente il fallimento dell’azienda.

Non abbiamo nessuna certezza sui tempi e sui modi, mentre il secondo elemento di cui abbiamo certezza è che i vari contratti che vanno sotto il nome di precariato (ad esempio, i contratti di collaborazione) vengono aboliti o progressivamente superati. I termini sono tutti molto vaghi, ma questa sembra essere una certezza. Conoscendo la realtà dell’impresa italiana, è estremamente verosimile che, su cento contratti di questo tipo oggi vigenti, forse una metà – ad essere davvero molto ottimisti – potrà diventare quel contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti di cui si parla. Anche in questo caso, peraltro, dobbiamo affidarci alla bontà del Governo per sapere quali sono queste tutele, quanto e quando crescono sia dal punto di vista del lavoratore, sia dal punto di vista dell’imprenditore.

Dunque, pensare che la metà degli imprenditori che oggi assumono a tempo determinato passi a questi contratti significa già essere ottimisti. Mi chiedo, infatti, se l’imprenditore si fiderà veramente del fatto che, qualora non dovesse avere più bisogno di questo lavoratore – magari dopo sei mesi o comunque dopo il tempo a cui era generalmente abituato a legare la durata dei contratti a tempo determinato – potrà mandarlo a casa senza problemi. Basta vedere quello che accade oggi, a proposito del decreto che porta il nome del ministro Poletti (che ringrazio per la sua presenza in Aula: se dirà ai suoi colleghi di fare lo stesso quando sono in discussione provvedimenti di loro specifico interesse, gliene saremo ancora più grati ma, intanto, lodo la sua presenza in Aula nella discussione del provvedimento, che qualifica maggiormente il suo Dicastero). Dunque, il contratto a tutele crescenti non dà affidamento alle aziende; le aziende infatti oggi, a seguito del decreto che porta il nome del ministro Poletti, che ha reso possibile – a differenza della legge Fornero – fare diversi «turni» di assunzione a tempo determinato, a volte non utilizzano questa possibilità e applicano invece la vecchia legge, temendo che poi, davanti a un magistrato del lavoro o alle richieste di un sindacato, venga detto loro che non vale la norma odierna ma vale ancora la normativa precedente. Forse sbagliano, ma nella realtà accade questo: figuriamoci cosa potrebbe accadere con un contratto che, bene o male, si chiama contratto a tempo indeterminato. Gli imprenditori potrebbero dunque chiedersi se, assumendo un lavoratore a tempo indeterminato, poi davvero lo possono mandare via. Potrebbe sembrar loro difficile. Già è difficile adesso, con questi tipi di contratto, figuriamoci in futuro.

È possibile, dunque, che il 50 per cento di questi contratti diventerà magari a tempo indeterminato a tutele crescenti – e dobbiamo sperarlo, per il bene del nostro Paese, dei lavoratori e dei disoccupati che vorrebbero non esserlo più – ma gli altri lavoratori, ovvero l’altro 50 per cento, diventeranno disoccupati.

Questo è un fatto davvero molto negativo e va sottolineato: in questo senso si spiega la dichiarazione del Presidente del Consiglio, che ha detto che quello in esame è il provvedimento più di Sinistra preso dal suo Governo. Effettivamente, il fatto di credere che basti una norma per cambiare la realtà fa parte di una certa mentalità di Sinistra, che non vale per tutta la Sinistra, e che spereremmo, per il bene del Paese, che venga superata – a Sinistra come a Destra, naturalmente. Mi riferisco all’idea che basti scrivere una norma per far cambiare la realtà. La realtà può essere tutt’al più migliorata o incentivata ad andare in una certa direzione, ma non cambia. Se la situazione è quella attuale, almeno la metà di questi contratti a tempo determinato si trasformerà in «contratti di disoccupazione». Se questa è la nuova Sinistra, non vedo grosse novità rispetto alla Sinistra che pensavamo fosse superata, ascoltando le dichiarazioni stesse dei dirigenti del Partito Democratico e dello stesso Matteo Renzi.

Comunque, il problema più grave del provvedimento in esame resta l’assoluta genericità della delega, che dà modo al Governo di fare esattamente quello che vuole, magari immettendo nei decreti legislativi delle norme decise non in Parlamento ma nella direzione centrale (o nel comitato di direzione: non ricordo esattamente come si chiama questo organo) del Partito Democratico. Si tratta di un organo rispettabilissimo ma che non è il Parlamento, al quale l’articolo 70 della Costituzione affida il potere e il dovere di fare le leggi e di farle alle luce del sole, e in cui le varie posizioni vengono rendicontate e dove chi vota sa per che cosa vota.

Voi, Colleghi, che vi apprestate a votare il provvedimento, molto verosimilmente attraverso il voto di fiducia, davvero farete un atto di fiducia. Anzi, più che un atto di fiducia si tratta di un atto di fede, ma la fede, a mio parere, andrebbe riservata a cose più serie e non a una delega genericissima attraverso cui il Governo potrà fare qualunque cosa. Ad esempio, potrà stabilire che la paga minima è di 50 centesimi all’ora – e dunque anche chi lavora a tempo pieno potrebbe non avere nemmeno i mezzi per sopravvivere – oppure stabilire una paga minima alta e demagogica che, nell’immediato, farà sperare i lavoratori, ma che nel medio o nel breve termine vorrà dire che quei posti di lavoro non ci saranno più.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email