“Lingua dei segni”: le buone intenzioni, se non sostenute dai mezzi necessari, rischiano di rimanere tali

Pieno supporto al superamento di qualsiasi barriera affligga le persone, ma assicuriamoci di non rimanere ai “bei principi”

Intervento in Aula nella discussione dei disegni di legge riguardanti il riconoscimento della “lingua dei segni”

Signor Presidente,

questo disegno di legge ha sicuramente suscitato molte aspettative. Ringrazio il Relatore per la sua esposizione e per il lavoro che ha svolto in Commissione. Nel corso della relazione, con alcuni passaggi che ha fatto proprio nella lingua dei segni, egli ci ha toccato il cuore, perché ha dimostrato il suo impegno e la sua partecipazione ai problemi delle persone di cui ci occupiamo oggi.

Mi permetto però di dire proprio a Lei, Signor Relatore, che non dobbiamo vergognarci di essere Italiani – né in generale, né su questo punto – perché, se è vero che fino ad oggi non c’è stata una legge specifica che riguarda i non udenti, è dal 18 febbraio 1992 che c’è una legge che si occupa delle disabilità in generale. (All’epoca si usava la parola «handicappato», poi c’è stata la corsa agli eufemismi, che si sa essere inarrestabile: la parola «handicappato» è diventata politicamente scorretta e bisogna usare altre parole.) Comunque, si tratta – parlandoci chiaro – di persone che non hanno udito o che ne sono gravemente menomate. Ebbene, in questa legge del 1992 si parla dei diritti (ad esempio, l’integrazione scolastica) e delle cure che devono essere garantiti in generale alle persone che hanno delle menomazioni o delle disabilità. Ci sono anche delle citazioni specifiche relative alla questione dei non udenti. Ad esempio, all’articolo 9, comma 1, viene specificamente citato il diritto delle persone non udenti a poter comunicare con la lingua dei segni. Pertanto, è bene fare dei passi avanti, ma non diciamo che l’Italia era indietro. L’Italia era avanti, perché la legge del 1992 è venuta prima di norme che sono arrivate a livello europeo e prima di norme che sono arrivate a livello delle Nazioni Unite. Lasciamo stare quanto, poi, vengano applicate le norme delle Nazioni Unite, perché in molti Paesi non c’è bisogno di avere delle minorazioni o delle disabilità per non poter usufruire neanche dei diritti fondamentali. Comunque, anche le nobili parole – che restano spesso tali – delle Nazioni Unite sono venute dopo una legge concreta approvata in Italia, di cui non ha merito credo nessuno dei presenti per questioni di anzianità. Per cui – ripeto – l’Italia non è indietro e non è un Paese incivile; non lo era allora e cerchiamo di fare in modo che non lo sia oggi.

Quanto a questo provvedimento, esso ha subito una grande evoluzione e una notevole trasformazione nel corso del suo esame, il che dimostra una volta di più l’utilità del lavoro parlamentare. I problemi legati all’assetto che questa norma aveva all’inizio erano notevoli e possono ancora esserlo; manca ancora l’esame da parte dell’Assemblea, nel corso del quale si potranno ovviamente inserire – e penso lo si farà – ulteriori modificazioni al testo. Tuttavia, la formulazione iniziale e quelle che si sono venute a creare durante i lavori in Commissione hanno suscitato notevoli preoccupazioni e prese di posizione – non da parte di persone insensibili a questa problematica, ma proprio da parte di associazioni che riuniscono le famiglie o le persone con questo problema. Ricordo il Comitato Nazionale Genitori Familiari Disabili Uditivi, varie organizzazioni senza scopo di lucro, il Presidente della Società italiana di otorinolaringoiatria, il Presidente della Società italiana di Audiologia e Foniatria e decine di professori di queste specialità che hanno dato la propria adesione. Non dimentichiamo, poi, la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, che è stata anche audita in Commissione, le Famiglie Italiane Associate per la difesa dei diritti degli audiolesi, l’Onlus Audientes, l’Associazione Sordi e via dicendo.

C’è anche un aspetto emozionale nell’esame del provvedimento – ed è giusto che ci sia, perché anche dal cuore vengono le buone cose – ma ricordiamoci che dobbiamo fare soprattutto un lavoro serio, che si attenga alla realtà, e sapere che anche con le migliori intenzioni si corre il rischio di fare qualcosa che vada al di là delle buone intenzioni e che non sempre può avere l’effetto desiderato.

Ci sono – è bene che si sappia – varie alternative alla lingua dei segni. Chi usa e si trova bene con questo modo di comunicare deve essere supportato – e su questo non ci sono dubbi ma sicuramente concordia generale in quest’Assemblea. Non bisogna, però, tralasciare le altre tecniche – tra cui la lettura labiale – il cui insegnamento deve avvenire possibilmente in età infantile, perché la situazione dei bambini è chiaramente diversa da quella degli adulti, i quali corrono il rischio di perdere le capacità fisiche – non solo quelle fisiologiche – per l’articolazione del linguaggio. Ricordo che, nella mia famiglia, una persona ormai scomparsa che perse totalmente l’udito all’età di cinque anni, imparò a parlare (con le metodologie alle quali poteva avere accesso un profugo degli anni Venti che, dalla Russia, andò in Iugoslavia) in modo udibile e pienamente comprensibile. Da sordo totale imparò a parlare e capire, con il linguaggio labiale, diverse altre lingue – tra cui l’Inglese, che è piuttosto complicato come fonetica per chi è di lingua slava, e poi l’Italiano, per di più da sordo. In questo modo riuscì a vivere autonomamente all’estero. E questa è una metodologia. Poi ci sono le soluzioni offerte dalla tecnologia, assai più recenti, come gli impianti cocleari che permettono un pieno recupero e inserimento in ambito sociale. Pertanto, non trasmettiamo messaggi, non dico sbagliati ma fuorvianti: le persone non udenti non hanno solo la lingua dei segni a loro disposizione. Faccio presente che è un linguaggio che purtroppo, anche se potrebbe esserlo, non è uguale in tutti i Paesi: per sua natura dovrebbe essere universale – perché molto gesti sono suggestivi, simbolici e chiaramente espressivi e intuitivi mentre in altri casi, invece, l’intuizione è più difficile – ma, purtroppo, cambiano i Paesi e cambia anche il linguaggio dei gesti. E ciò rappresenta, purtroppo, un problema – il linguaggio dei gesti sarebbe interessante addirittura per le persone che ci sentono benissimo – e non è l’unico.

Detto questo, siamo pienamente d’accordo sul superamento di qualunque barriera che, in generale, affligge le persone che hanno difficoltà di qualunque tipo. Oggi ci occupiamo in particolare delle persone non udenti o con una capacità di udire molto ridotta, ma non dimentichiamo le altre disabilità.

Soprattutto, dobbiamo fare attenzione a un aspetto importante – e cioè la copertura economica del provvedimento – per non rischiare di rimanere ai “bei principi”. Notate bene che i “bei principi” li abbiamo già introdotti con la legge del 1992. Il disegno di legge al nostro esame contiene alcuni adattamenti a norme più recenti che devono essere contemplate, il che è corretto. Non è un caso, però, che l’esame di questo disegno di legge in Assemblea sia stato ritardato dall’emergere di alcune questioni durante l’esame da parte della Commissione Bilancio. Non si tratta di un fatto meramente tecnico, tutt’altro; perché, se non c’è copertura, possiamo avere le intenzioni migliori ma, per realizzarle, occorrono risorse. Tante volte possiamo risolvere determinati problemi di carattere meramente burocratico con una legge a costo zero ma, in questo caso, parliamo di garantire assistenza, supporto e apparecchiature come quelle citate – ad esempio – dall’articolo 3, di cui sottolineiamo fortemente la validità e che si riferisce all’identificazione precoce della sordità e della sordo-cecità e agli strumenti atti ad attenuare e correggere i deficit uditivo e visivo. Per fare tutto questo, servono soldi. Ricordo che le diagnosi sono costose, le apparecchiature che dovrebbero essere fornite e adattate alle singole persone sono onerose e, quindi, esiste un problema di copertura finanziaria. In Commissione Bilancio questo problema è stato discusso e lo stanziamento presente nel provvedimento è molto, molto limitato. Quindi, fatti salvi – lo ripeto – gli aspetti burocratici che possono essere superati da alcune parti di questo disegno di legge, per quanto riguarda la parte relativa all’assistenza, che prevede di fornire davvero alle persone che ne hanno bisogno servizi e impianti, senza risorse non si può realizzare. È stato anche detto che sono già disponibili fondi per la cura delle malattie o dei problemi fisici di qualunque genere delle persone. Se sono fondi che sono già stati stanziati, è evidente, però, che oggi qualcuno li usa male e, pur essendoci le risorse, le persone con problemi non trovano una soluzione; in caso contrario, se le risorse disponibili sono ben utilizzate – e credo che la verità sia più su questo versante – vuol dire che, se saranno cento le persone con problemi uditivi curate in più, ce ne saranno magari cento in meno con problemi di altro genere. Allora, vanno bene le buone intenzioni ma, se non sostenute dai mezzi per farvi fronte, rischiano di rimanere tali senza avere effetti – se non meramente emozionali. Margaret Thatcher disse, facendo naturalmente discutere come spesso le accadeva, che nessuno si sarebbe ricordato – a cominciare da colui che ne narrò la storia – del buon samaritano se questo non avesse avuto i mezzi per provvedere al poveretto che era stato lasciato in un fosso pesto e moribondo. Sembra questo un approccio cinico ma, effettivamente, non sarebbero bastate solo le buone intenzioni, che probabilmente avevano anche tutti quelli che avevano fatto finta di non vedere il poveretto. Chi aveva i mezzi, invece, poté provvedere alla cura di chi ne aveva bisogno. Il Relatore, senatore Russo – torno a ringraziarlo per il lavoro svolto – ha detto che i fondi previsti per questa legge, sia pure molto limitati, saranno usati per coprire le previsioni contenute nell’articolo 3. Se questo proponimento verrà confermato – lo vedremo attraverso alcuni emendamenti del relatore – saremo felici di dare il nostro completo supporto con un voto favorevole al provvedimento. In caso contrario, ci riserviamo di studiare quanto ci viene proposto, per evitare che le buone intenzioni o non siano sostenute dai mezzi approntati per metterle in atto o possano portare in direzioni diverse da quelle che noi tutti auspichiamo.

Concludo il mio intervento sottolineando il pieno supporto del Gruppo di Forza Italia a politiche per il superamento di qualunque limite delle persone che hanno qualche svantaggio rispetto ad altre ma che, spesso, sono proprio di grande insegnamento per il prossimo per la capacità di superare difficoltà, anche nelle condizioni più avverse – che dobbiamo proporci di rendere meno ardue per il loro pieno inserimento in ambito sociale.

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