Atto n. 4-02625
Pubblicato il 27 dicembre 2025, nella seduta n. 376
Premesso che:
ha suscitato grande interesse e preoccupazione il caso di una famiglia composta da Nathan Trevallion, australiano, e Catherine Birmingham, inglese, e i loro tre figli: una bambina di 8 anni e due gemelli di 6 anni; la famiglia viveva in una casa rustica nei boschi di contrada Mondola, a Palmoli, in provincia di Chieti, adottando uno stile di vita alternativo, vegano e autosufficiente;
da quanto è emerso nei mezzi di informazione, le motivazioni della sospensione della cosiddetta responsabilità genitoriale da parte del tribunale competente sono spesso in contrasto con quanto riferito da altre fonti: non è chiaro se il ricovero in ospedale nel 2024 fosse dovuto a intossicazione o a una più banale indigestione; si è parlato di mancato adempimento agli obblighi scolastici, ma il Ministero competente ha certificato che le norme erano state rispettate; non è chiaro se le condizioni della casa fossero davvero del tutto inadeguate o meno; il presunto isolamento dei bambini è contraddetto da varie dichiarazioni rese ai giornalisti da persone esterne alla famiglia;
quello che è certo è che i bambini sono stati improvvisamente strappati alle loro abitudini, alla loro abitazione, al loro padre, e persino la madre, pur essendo obbligata a stare nella stessa struttura, risulta non poter stare con i figli in modo continuativo; è molto verosimile che un tale drastico e improvviso cambiamento costituisca un trauma per i piccoli;
nell’ottobre 2024, i bambini sono stati ascoltati dal giudice; la figlia maggiore ha espresso preferenza per l’istruzione domestica e descritto una vita familiare serena con attività all’aperto, ma i giudici hanno notato limitate competenze linguistiche e sociali nella piccola, che all’epoca aveva 7 anni; ci si potrebbe chiedere quale bambino di 7 anni, figlio di genitori non di madre lingua italiana, saprebbe dimostrare spiccate competenze linguistiche e sociali davanti a un magistrato che ovviamente parla italiano;
i servizi sociali, dopo il collocamento in struttura, avrebbero osservato nei bambini: paura della doccia (che altri hanno descritto semplicemente come sorpresa), uso degli stessi vestiti per una settimana (cosa normalissima fino a pochi decenni fa e certamente non così rara anche oggi), disturbi del sonno (più che normali in bambini abituati al silenzio assoluto del bosco), imbarazzo con i coetanei, rifiuto iniziale di attività come colorare o leggere e altri comportamenti ben comprensibili per bambini strappati alle loro abitudini e alla loro famiglia;
risultano del tutto incomprensibili le motivazioni di alcune misure imposte alla famiglia: la rarità e la brevità delle visite del padre e in particolare il divieto di pranzare insieme il giorno di Natale, le limitazioni anche alla presenza della madre accanto ai bambini, atteso che non risultano accuse di alcun tipo di maltrattamento e tanto meno di incuria, data la costante presenza dei genitori;
i servizi sociali avrebbero anche stigmatizzato “l’isolamento ideologico” che ostacola lo sviluppo intellettuale e sociale dei minori; difficile comprendere che cosa si intenda per isolamento ideologico, se non che una tale definizione potrebbe applicarsi in tutti i casi in cui dei genitori prospettano ai figli idee e convincimenti senza esporli a una confutazione, una sorta di “par condicio” che potrebbe portare lontano;
negli scorsi giorni, dopo oltre un mese di permanenza dei piccoli nella struttura, si è appreso della disposizione di una consulenza tecnica d’ufficio per verificare lo stato psichico dei genitori (profili di personalità, stili relazionali, capacità genitoriali) e psico-diagnostica sui minori (condizioni cognitive e affettive), con un incarico che sarà affidato solo nel nuovo anno e che richiederà nientemeno che 120 giorni, con termine nel maggio prossimo, dopo circa 5 mesi e mezzo di restrizione dei bambini; alla fine di questo periodo, che corrisponde a una fetta importante della vita dei gemelli di 6 anni e anche della bambina di 8, pare che la condizione dei minori sarà determinata assai più da quanto avvenuto negli ultimi 6 mesi che nel periodo trascorso con i genitori nel bosco;
ai genitori sarebbe anche addebitato un atteggiamento di diffidenza nei confronti di chi ha portato loro via i figli, il che fa pensare che si pretenda da loro un ossequio alle disposizioni prese, mentre appare assai comprensibile che un padre e una madre sottoposti a tali esperienze abbiano reazioni negative;
gli artt. 3, 29 e art. 30 della Costituzione sono volti a preservare, ove possibile, l’unità familiare; l’art. 9 della Convenzione di New York stabilisce il diritto del minore a non essere allontanato dalla propria famiglia, se non in casi estremi di maltrattamenti e incuria; l’art. 8 della CEDU impone agli Stati di armarsi di un vero e proprio “arsenale”, come lo definisce la Corte EDU, al fine di garantire l’unità familiare e la non ingerenza se non in modo proporzionato alla necessità; le linee guida dell’ordine nazionale degli assistenti sociali del 2016 riconoscono l’allontanamento operato ex art. 403 del codice civile come extrema ratio, da usare solo dopo aver posto in essere tutti i necessari interventi sociali onde prevenire ed evitare un provvedimento così grave, e che contestualmente all’allontanamento deve essere predisposto un progetto per il recupero della genitorialità;
l’art. 1 della legge 4 maggio 1983, n. 184, come modificato della legge 28 marzo 2001, n. 149, stabilisce che il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia; che le condizioni di indigenza dei genitori non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia; che a tal fine a favore della famiglia sono disposti interventi di sostegno e di aiuto; che le istituzioni sostengono, con idonei interventi, i nuclei familiari a rischio, al fine di consentire al minore di essere educato nell’ambito della propria famiglia; il diritto del minore a vivere, crescere ed essere educato nell’ambito di una famiglia è assicurato senza distinzione di sesso, di etnia, di età, di lingua, di religione e nel rispetto della identità culturale del minore e comunque non in contrasto con i principi fondamentali dell’ordinamento,
si chiede di sapere:
quali iniziative i Ministri in indirizzo abbiano intrapreso o intendano intraprendere in merito alla vicenda dei “bambini nel bosco” di Palmoli e più in generale per evitare imposizioni ideologiche a chi abbia stili di vita e convincimenti non conformi a quelli degli operatori dei servizi sociali o delle altre autorità compenti;
se ritengano che i provvedimenti presi in questo caso siano compatibili con molti altri casi di minori in stato di abbandono, usati per la mendicità, di bambine e ragazze cui non è consentito uscire di casa, casi in cui non ci sono interventi di questo tipo;
se non ritengano che tali modalità di intervento possano provocare traumi indelebili ai minori ed al loro nucleo familiare per quella che è stata da più esperti definita “alienazione familiare”, oltre ad essere contrarie all’obbligo per lo Stato di promuovere il benessere dei cittadini.
