Si equiparano alla tortura anche gli interventi delle Forze dell’Ordine a tutela dell’altrui o della propria incolumità

Intervento in Aula per dichiarazione di voto sull’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura

Signor Presidente, nell’emendamento 1.202 ritorna l’argomento al quale avevo accennato precedentemente. La Camera aveva introdotto un comma che così recita: «Ai fini dell’applicazione del primo e del secondo comma, la sofferenza deve essere ulteriore rispetto a quella che deriva dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti». La Camera aveva approvato questo comma ma, in Commissione al Senato, questo è stato soppresso nell’ambito di un accordo che – come è stato detto più volte – è stato raggiunto per dare un equilibrio al provvedimento. Questo accordo prevedeva che fossero inseriti la parola «reiterate» e altri elementi. Poi, però, il parere del relatore ci porta a considerare che si vada in direzione opposta. Ecco perché, a questo punto, visto che non è stato inserito il termine «reiterate», sarebbe opportuno reintrodurre questo concetto, che noi qui proponiamo con altre parole e che tutela le Forze dell’Ordine rispetto alle sofferenze e a tutte le altre definizioni contenute nel testo, che siano però legate – come conseguenza – a sanzioni legittime a esse connesse o dalle stesse cagionate.

Ha ragione il presidente D’Ascola nel dire che, in sede di processo, viene valutato il fatto che determinate azioni vengono condotte per ordine nell’adempimento di un dovere e, pertanto, già è presente l’elemento esimente. Certo, in sede di processo il fatto viene valutato, ma è molto facile, stando seduti in Parlamento o in un bell’ufficio giudiziario, giudicare se un poliziotto o un Carabiniere, in un’azione di ordine pubblico, magari fatto oggetto di lancio di oggetti, di assalti e di minacce alla propria incolumità, non avrebbe potuto mettere in atto quelle misure che sono conseguenza e adempimento del suo dovere in modo tale da creare un po’ meno sofferenza. Oppure, quando questo poliziotto o carabiniere è oggetto di insulti, di minacce e di minacce di morte, caso nel quale può darsi che gli scappi una parola di minaccia. Però, siccome lo fa in un determinato contesto, corriamo allora il rischio molto forte che, anche considerando l’aspetto esimente dell’adempimento del dovere e delle funzioni pubbliche, questo poliziotto o questo carabiniere possa essere condannato.

E teniamo presente che noi parliamo anche di circostanze in cui il suddetto agente interviene a tutela della incolumità altrui e in situazioni dove egli mette a repentaglio la propria incolumità. A quel punto c’è il grave rischio che subentri il ragionamento su “chi glielo faccia fare”. Chi glielo fa fare di andare incontro a un attacco fisico, con lancio di oggetti da parte di persone ostili, se poi, nell’immediato, rischia la propria incolumità personale? E sappiamo quanti poliziotti e carabinieri sono morti nella tutela dell’ordine pubblico. In secondo luogo, chi me lo fa fare di affrontare il processo che, nella migliore delle ipotesi, vuol dire mesi e mesi – se non probabilmente anni – di gogna, sospensione dal servizio e l’obbligo di pagarsi l’avvocato? Perché questo succede.

Di conseguenza, cosa avviene? C’è da fare quell’intervento? Va bene, lo faccio, ma diciamo che non corro tanto velocemente per essere sufficientemente tempestivo ed efficace nel mio intervento. Corro un po’ di meno, mi do da fare un po’ di meno e magari un innocente rimane nelle mani del criminale, perché il poliziotto o il carabiniere, dissuaso dalle norme che qui stanno passando, tutto sommato, non ha voglia di essere l’eroe che si prende la sanzione, perché poi non passa per eroe ma per il torturatore, perché il reato si chiama tortura non si chiama eccesso di zelo nella tutela dell’ordine pubblico.

Allora di questo stiamo parlando e, purtroppo, come succede e non per la prima volta su questo provvedimento, si confondono e si equiparano condotte come quelle alle quali ho accennato con quel comportamento assolutamente odioso, riprovevole e da punire con severe sanzioni che è la tortura vera e propria.

Purtroppo, però, denominazioni così vaghe e ampie sono soggette per forza alla discrezionalità del giudice. La questione non è che sia un bravo o un cattivo giudice; se sottoponiamo al suo giudizio definizioni nelle quali entra il criminale efferato, sadico torturatore e, nella stessa fattispecie, viene ricompreso il poliziotto che sta facendo il suo dovere e che, forse, può causare qualche sofferenza di troppo perché ha avuto la mano pesante (quando gli altri – altro che mano pesante – stanno minacciando la sua vita), ecco, da qui deriva il problema e di qui la necessità di approvare l’emendamento 1.202.

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