Riforma della Scuola: un provvedimento imposto a Cittadini, Famiglie, Scuola e Parlamento, che accredita l’indottrinamento gender nelle scuole

Intervento in Aula nella discussione sulla riforma della Scuola

Signor Presidente, Signor Ministro, Signor Sottosegretario, Colleghi,

sicuramente, molti aspetti del provvedimento in esame sono da correggere ma, purtroppo, il Senato è stato del tutto privato della possibilità di esaminarli. Ci si poteva lavorare, si potevano introdurre dei miglioramenti. Io sono convinto che gli emendamenti, a cominciare dai 360 presentati da alcuni senatori del Partito Democratico, trattavano degli aspetti interessanti. Certamente, immagino di non condividerne molti ma, purtroppo, non è stato possibile nemmeno conoscerli. Si dice di sì, per cui la Costituzione è violata due volte, perché la legge non la fanno le Camere insieme ma la fa il Governo da solo; inoltre, il disegno di legge non passa all’esame della Commissione e dell’Aula: in Commissione in pratica non è passato e in Aula c’è il solito voto di fiducia.

Purtroppo le imperfezioni sono tante e, siccome tanti hanno parlato dicendo cose molto interessanti, io mi soffermo su tre punti, uno dei quali è quasi un aspetto secondario; tuttavia, parlando di Scuola, saper usare la lingua italiana dovrebbe essere importante. Infatti, all’articolo 2, comma 3, la lettera a) parla della valorizzazione (sempre con queste parole un po’ vaghe) del potenziamento delle competenze linguistiche, con particolare riferimento all’Italiano. Poi, però, si scopre che l’Italiano è una lingua insufficiente perché, due righe dopo, si dice che bisogna utilizzare la metodologia content language integrated learning che, secondo Wikipedia (la quale già nel nome è abbastanza internazionale), è un sinonimo di immersione linguistica. Mi chiedo, allora, se non si poteva usare la nostra lingua. È bene conoscere l’Inglese, ma è anche bene saper usare la nostra lingua.

Due capoversi dopo si parla – io lo dico nella pronuncia originale – dei media di produzione; si afferma cioè che bisogna potenziare le competenze nei media di produzione e di diffusione di immagini e poi, alla lettera f), si parla di nuovo di alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini. Allora, il termine media è latino: infatti, qualcuno sicuramente dirà: «Guarda quello, dice media, mentre bisognerebbe pronunciare “midia”»; certo, perché è l’uso inglese, ma non tutti sanno che al singolare gli inglesi usano la parola medium, per ricordarne la derivazione latina, mentre noi anche al singolare usiamo media. Ma usare la parola «mezzi», che è italiana, la capiscono tutti e non vi sono strizzatine d’occhio particolari?

Prima ancora, all’articolo 2, il secondo periodo del comma 1 è da leggere. Ricordo che, generalmente, nelle scuole si insegna ad evitare le ripetizioni; poi, quand’è proprio necessario, si può anche ripetere una parola con la stessa radice, però vi sono i pronomi e la possibilità di coordinare le varie parti della frase in modo da non dover sempre ripetere la stessa parola. Ebbene, in questo periodo – che è anche breve e non è lunghissimo – compaiono le seguenti espressioni: «È istituito per l’intera istituzione scolastica» e sono due; «o istituto comprensivo», e sono tre; «e per tutti gli indirizzi degli istituti secondari, di secondo grado», e sono quattro; «afferenti alla medesima istituzione scolastica», e sono cinque; «l’organico dell’autonomia, funzionale alle esigenze didattiche, organizzative e progettuali delle istituzioni scolastiche», eccetera, e seguono altre due righe. Mi sono permesso di presentare un inutile emendamento in Commissione – che, naturalmente, ho presentato anche per l’Aula – che proponeva di ridurre tutti questi «istituti» e «istituzioni» a due. Ho visto che nel maxiemendamento-fantasma (perché è stato presentato in Commissione, poi, però, non si capisce; anche lì: si sarebbero potuti presentare i subemendamenti ma, tanto, sarebbe stato inutile), per la verità, lodevolmente da sei si è ridotto a cinque il numero di queste che, per essere eleganti, potremmo chiamare «allitterazioni». Questo per quanto riguarda la lingua italiana che, mi rendo conto, non è fondamentale.

C’è poi un altro passaggio carino, che è il comma 20 – sempre di questo tormentato articolo 2 – dove si dice che bisogna «promuovere l’occupabilità e la coesione sociale, contribuire a contrastare il fenomeno dei giovani non occupati e non in istruzione e formazione». Benissimo: poi però, temendo di non essere abbastanza alla moda e trendy, c’è tra parentesi – per far vedere “io l’ho studiato” – l’acronimo NEET, che immagino stia per not (engaged) in education, employment or training, che però è già stato detto prima. Che bisogno c’è di tutta la traduzione? Allora ci mettiamo la parolina inglese che fa chic, trendy, groovy, eccetera. Ebbene, cerchiamo di usare la nostra lingua.

Sulla questione del Preside, non sono contrario in generale a figure che abbiano una forte autorità, capacità e possibilità gestionale. Sono per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica – che non dovrebbe avere i poteri che ha attualmente ma dovrebbe sommarli, secondo me, anche a quelli del Presidente del Consiglio. Ci vogliono però dei contrappesi che, per esempio, nella Costituzione americana ci sono; e questa persona dovrebbe essere scelta con un processo pubblico. Sono per l’elezione diretta, non per il sorteggio del Presidente della Repubblica. Prendiamo uno magari bravissimo, un’alta carica dello Stato o un alto magistrato, e lo facciamo Presidente della Repubblica onnipotente: a questo sarei contrario. Ebbene, questo Preside, che ha un potere enorme, com’è scelto? Con un concorso pubblico, per carità, ci mancherebbe ancora! Ma se sbaglia, se fa porcherie, come e quando paga? Francamente non lo capisco. Questo Preside non solo sceglie chi insegna in quella scuola e chi, invece, deve andare a cercarsene un’altra, ma addirittura ho letto che è lui a decidere – sentito, bontà sua, il Comitato di valutazione – di assegnare somme per la famosa meritocrazia. Lui, da solo. Allora, siccome la maggior parte dei Presidi è onesta, ma non tutti forse sono completamente imparziali sotto ogni punto di vista – qualcuno non lo sarà e, infatti, poi si sente il bisogno di dire che però non si possono nominare parenti e fratelli, che poi magari sono bravi anche loro – insomma, va bene dare responsabilità, però devono esserci contrappesi e criteri. Quante notizie abbiamo letto, proprio nei concorsi per dirigenti scolastici e non solo in quelli, di episodi non proprio edificanti di buste aperte prima, copiature, eccetera? Succede anche in altri concorsi. È una cosa inammissibile in qualunque concorso, però non è detto che siano proprio una selezione del fior fiore.

Infine: si è parlato molto, dopo il passaggio del disegno di legge alla Camera, del cosiddetto comma pro gender. Si dice che è tutto una montatura perché «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere – e qui abbiamo una parola, perché la lingua italiana parla di sesso fino a prima dell’introduzione dell’ideologia gender – e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e sensibilizzare…». Che cos’è questa cosa antidiscriminazione? Naturalmente, siamo contro le discriminazioni però, il 29 aprile 2013, l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR) – occupandosi di una cosa di cui non si deve occupare, perché la legge istitutiva dice che si deve occupare di discriminazioni per motivi razziali, religiosi o etnici – ha pubblicato, con il timbro della Presidenza del Consiglio e dunque della Repubblica italiana, la Strategia Nazionale per la prevenzione e il contrasto alle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, dove si spiega bene la faccenda sulle discriminazioni. Per esempio, bisogna curare la predisposizione della modulistica scolastica in chiave di inclusione sociale, rispettosa delle nuove realtà familiari costituite anche da genitori omosessuali, dove non ci sono un marito e una moglie di cui uno omosessuale, come succede, ma due papà o due mamme. (Poi si dice che non è vero che si vuole introdurre il gender. Per carità.) Poi si parla dell’accreditamento delle associazioni LGBT presso il MIUR in qualità di ente di formazione, dell’arricchimento dell’offerta di formazione con la predisposizione di bibliografie su tematiche LGBT. Il gender c’è: è scritto chiaro. Basta mettere insieme due documenti ufficiali della Repubblica italiana: uno è il testo del disegno di legge governativo e l’altro è il documento dell’UNAR. Per cui, chi vota questo pacchetto – magari qualcuno è anche contento – lo vota interamente senza poter modificare nulla, ivi incluso l’indottrinamento gender nelle scuole, in violazione dell’articolo 30 della Costituzione e della Carta dei diritti dei umani che danno ai genitori il diritto e il dovere di scegliere l’educazione per i propri figli e che garantiscono che non venga imposta da Signori che hanno l’unica qualifica di appartenere a organizzazioni LGBT.

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