Investire in Cina vuol dire diventare socio del Governo cinese. Un Governo che, se interrogato sulle 10mila esecuzioni capitali all’anno, risponde che 7mila erano proprio delinquenti

Intervento in Aula per dichiarazione di voto sull’articolo 3 e sul provvedimento complessivo di ratifica dell’Accordo fra il Governo della Repubblica italiana e il Governo della Repubblica popolare di Cina per la cooperazione scientifica e tecnologica, con Allegato, fatto a Pechino il 9 giugno 1998

Signor Presidente,

per le ragioni già illustrate prima, voterò contro l’articolo 3, così come ho votato contro i due articoli precedenti, e voterò contro il provvedimento nel suo insieme.

Sulle ragioni da me illustrate in precedenza, potrebbero leggersi migliaia di pagine relative alla violazione dei diritti umani in Cina. Non è certo una novità di oggi, ma risalente alla presa del potere da parte del cosiddetto presidente Mao nel 1949. Anche in precedenza, la Cina non era certo una palestra di democrazia, di libertà e di diritti umani, ma il regime al potere dal 1949 è in piena continuità con quello attuale e la figura del suo leader campeggia ancora nelle grandi piazze cinesi.

Il nostro atteggiamento è costellato di almeno parziali buone intenzioni ed è ricco di momenti nei quali studenti, che non sono stati massacrati in piazza Tien An Men, possono magari ascoltare professori europei, e italiani in particolare – come raccontato dal senatore Colombo – parlare liberamente degli argomenti più diversi, sia pure con qualche remora morale. Temo che, con questo atteggiamento, stiamo in realtà mostrando che, pur sapendo quanto avviene in quel Paese (e non da ieri) e pur sapendo che neanche durante le Olimpiadi in programma per il 2008 a Pechino interverrà un reale miglioramento, proseguiremo comunque nei nostri rapporti con la Cina, anche perché aziende italiane vi concludono grandissimi affari. Certamente, il compito delle aziende è concludere affari. Mi chiedo, però, quale sia la convenienza per gli Italiani nel loro insieme nello spostare produzioni dall’Italia alla Cina, dove non sussistono garanzie per i lavoratori in generale, dove c’è un impiego sistematico di manodopera infantile e di manodopera servile nel senso di schiavi, prigionieri politici spesso impiegati nelle produzioni.

Sicuramente, qualcuno risparmierà enormi cifre per le produzioni e il tempo di lunghe trattative sindacali; singoli imprenditori faranno sicuramente buoni affari e, d’altra parte, devono fronteggiare la concorrenza internazionale non soltanto propriamente cinese, ma anche degli altri Paesi che, a loro volta, investono e producono in Cina.

Di fronte a questa realtà, auspico che il nostro Governo, nell’ambito dell’Unione Europea, riesca a esprimere un’azione forte. Infatti, è chiaro che, anche se l’Italia si schierasse in modo particolarmente forte e convinto su questi temi e tutti gli altri membri dell’Unione Europea e anche altri Paesi occidentali si comportassero invece in modo pragmatico – chiudessero cioè gli occhi di fronte a quello che succede, che si sente e si vede – tutto ciò che otterremmo sarebbe far perdere un po’ di concorrenzialità a certe nostre aziende che, peraltro, sono nostre per modo di dire. Non dimentichiamo infatti che gli investimenti delle aziende in Cina vanno a costituire delle entità che sono controllate dal Governo cinese, il quale è un socio obbligato per chi vi investe: investire in quel Paese non è come farlo in Albania, in Romania o in Ucraina; investire in Cina vuol dire diventare soci del Governo cinese. Naturalmente, molti ci guadagnano: numerosi cinesi e molti non cinesi.

Tuttavia, di fronte a quello che succede, sento il bisogno di esprimere qualcosa di diverso; allora, va bene anche l’umorismo che è stato suggerito, ma dobbiamo ricordarci che si tratta di un umorismo amaro. Vorrei ricordare, con una nota stridente, quanto viene raccontato che i dirigenti cinesi dicano ai nostri leader, agli esponenti politici occidentali quando si recano in Cina e, ad esempio, sottolineano il problema dell’enorme numero di esecuzioni che vengono effettuate, di cui abbiamo parlato precedentemente. Qualora si domandi se 10.000 esecuzioni l’anno non sembrino troppe, il primo argomento usato dai dirigenti cinesi è – come abbiamo sentito poc’anzi – che i cinesi sono così tanti che 10.000 esecuzioni non sono molte. Rapportando questo dato alla popolazione italiana, sarebbe come eseguire 500 condanne a morte l’anno, una decina la settimana; non credo che questo sia nulla e pertanto non ritengo che il ragionamento numerico valga.

L’altro argomento che si attribuisce un po’ scherzosamente – con un umorismo evidentemente amaro – ai dirigenti cinesi è ammettere che sono state eseguite 10.000 condanne a morte ma 7.000 erano proprio dei delinquenti: 3.000 probabilmente non lo erano; forse, si trattava di oppositori politici.

Si tratta di una battuta – ci vuole anche questo – ma credo che dobbiamo ricordare quale tremenda realtà si celi dietro queste più o meno simpatiche difese di un sistema, di fronte al quale ritengo che non si possa restare indifferenti. Io, per quello che conta, voterò contro l’articolo 3 e contro il provvedimento nel suo complesso.

Votazione dell’articolo 3: il Senato approva.

Votazione dell’articolo 4: il Senato approva.

Votazione del disegno di legge, nel suo complesso: il Senato approva.

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