L’Ambasciata italiana a Delhi rifiuta i visti a una compagnia teatrale tibetana

Danni alla libertà artistica e agli enti locali italiani ospitanti, con motivazioni prive di fondamento

Interrogazione al Ministro degli Affari esteri
Premesso che, a quanto risulta all’interrogante:

il 27 novembre 2006 il vicepresidente della Tibet Culture House Italia, Thamding Chophel, inoltra alla nostra Ambasciata a Delhi formale richiesta di concessione dei visti, per un periodo di trenta giorni, alla compagnia teatrale “Thangtong Lhugar Tibetan Performing Arts”, gruppo composto da 19 elementi tutti in possesso di documenti validi per l’espatrio;

nelle settimane successive, il responsabile del gruppo fornisce tutta la documentazione richiesta a corredo dell’invito inoltrato dalla Tibet Culture House;

il gruppo rimane a lungo in attesa di una risposta; ad oggi non ha avuto altri riscontri dai funzionari dell’Ambasciata;

nei primi giorni di gennaio, una funzionaria della Farnesina, dopo verifica con Delhi, ha riferito di un ipotetico “rischio migratorio” che avrebbe dato luogo a un diniego;

a metà gennaio, la signora Carmona dell’Ambasciata a Delhi cita come difficoltà rispetto alla concessione dei visti il fatto che alcuni componenti del gruppo non avrebbero mai effettuato viaggi all’estero, e che altri non sarebbero riusciti ad avere in passato il visto da altre Ambasciate;

nessuno dei componenti il gruppo ha mai violato le leggi indiane;

l’Associazione Comuni, Province e Regioni per il Tibet ha indirizzato una lettera all’Ambasciatore ed altrettanto ha fatto l’istituto Euromediterraneo di Trieste;

l’ufficio del Dalai Lama ha scritto, in merito, all’Ambasciata senza ottenere risposta;

la compagnia aveva programmato, con il sostegno di parecchi enti locali italiani, una serie di impegni che si trova ora nelle condizioni di non poter onorare, determinando un danno alla libertà artistica e anche danni materiali e di immagine per gli stessi enti locali,

si chiede di sapere:

cosa osti realmente alla concessione dei visti, dato che c’è l’impegno di rientro in India alla scadenza del periodo concesso;

come è possibile parlare di rischio migratorio quando, per quello che ci risulta, nessun rifugiato tibetano ha mai violato le leggi italiane in tema di rientro nel Paese d’origine;

se Paesi terzi abbiano esercitato pressioni per impedire questa occasione di conoscenza della cultura tibetana in Italia.

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