Pensioni: una riforma giunta dopo mesi di trattative tra Governo e sindacati, mentre il Parlamento restava completamente all’oscuro

Una riforma più severa di quella proposta dal Governo Berlusconi, che vide milioni di lavoratori in piazza. Ben presto bisognerà rimetterci mano, con tutti gli svantaggi che ciò comporterà per la stabilità economica e politica del Paese

Intervento in Aula nella discussione della questione di fiducia sulla riforma del sistema previdenziale

Signor Presidente, Onorevoli Colleghi,

l’affollamento di quest’Aula, a beneficio di quanti ci seguono per radio (penso siano sicuramente la maggior parte, dal momento che i presenti sono all’incirca quindici o venti, non di più), è certamente significativo. Non è sintomo di scarso interesse dei deputati al dibattito sulla riforma del sistema previdenziale; questo è un luogo comune, al quale di solito ricorre chi viene qui per fare il suo discorsino e, sebbene se ne vada immediatamente dopo, si lamenta della scarsa presenza. Tale fenomeno indica, invece, come i deputati abbiano compreso che il Parlamento, umiliato in molte occasioni, questa volta è stato addirittura snobbato, esautorato, beffato e imbavagliato. Certo, possiamo parlare: in questa serata siamo, infatti, “liberi di sfogarci” – come ha detto qualcuno in questa e in altre occasioni; il Parlamento è diventato uno «sfogamento», la Camera dei Deputati si è trasformata nella Camera degli «sfogati» (attenzione a non sbagliare le vocali di questa parola, perché sarebbe un lapsus freudiano!).

Questa riforma previdenziale è giunta qui dopo lunghi mesi di trattativa con i sindacati, mentre i parlamentari restavano completamente all’oscuro di quanto si andava delineando – fatta salva qualche informazione passata dai giornalisti, i quali, diversamente da noi, sono sempre stati tenuti informati di fatti, rumori e segrete intenzioni. In quel periodo, le settimane e i mesi sono stati spesi, direi, con generosità: ovvio – forse poco rispettoso delle istituzioni ma ovvio – che i tempi per questa fastidiosa formalità della ratifica parlamentare dovessero, di conseguenza, restringersi al minimo.

Bisogna dire che a un serio lavoro parlamentare non ha giovato l’ostruzionismo, con la presentazione di 3.500 emendamenti di cui, invero, non più di poche centinaia e forse poche decine realmente significativi. Avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio che la formalizzazione di migliaia di emendamenti avrebbe prodotto il risultato di non farne discutere neanche uno, come sta ora succedendo. Anche senza questa fiducia, d’altra parte, si sarebbe ottenuta tutt’al più una raffica di pareri negativi in serie o, al limite, di voti negativi fatti ugualmente all’ingrosso. Purtroppo, questo maxi-ostruzionismo è la principale e forse l’unica forte ragione che può addurre il Governo rispetto alla posizione della questione di fiducia. Sta di fatto che, con questo maxiemendamento, esso riprende con pochissime modificazioni ben dodici articoli del disegno di legge originario – articoli che non sono di poco conto; anzi, costituiscono il fondamento dell’intera riforma. A tale emendamento sono stati presentati centocinquanta subemendamenti – di cui alcuni successivamente ritirati, secondo quanto mi risulta – dal Gruppo del Centro Cristiano Democratico; ne rimanevano, pertanto, circa dieci per articolo. Non mi sembra davvero molto, quando ciascuno degli articoli è più importante di molte leggi che ci tocca approvare o ratificare.

Ricordo incidentalmente che, alcuni giorni fa, il Presidente del Consiglio rivolse un appello a tutti i Gruppi chiedendo un gesto di buona volontà consistente nel ridurre al minimo gli emendamenti. Il Gruppo dei Federalisti e Liberal-democratici, accogliendo tale invito, ridusse i suoi – che originariamente erano una sessantina – a trentacinque; la maggior parte di questi, ovviamente, vertevano sui primi articoli che erano i più importanti. Ci siamo ora limitati a formalizzare otto subemendamenti (per la verità ne avremmo presentati altri quattro o cinque, se non fosse mancato il tempo materiale) al maxiemendamento presentato dal Governo, che ha eliminato la maggior parte degli emendamenti rimasti. Tre di questi subemendamenti sono stati giudicati inammissibili in commissione Bilancio; noto incidentalmente che questi sono perfettamente equivalenti ad altri emendamenti presentati al testo originario, i quali a suo tempo erano stati giudicati ammissibili, sia pure con parere contrario. E sì che questa volta li avevamo correlati a una copertura! Abbiamo visto con sconcerto respingere una proposta che aveva copertura, quando in precedenza essa era stata accettata senza copertura. Questo è avvenuto – e lo dico a difesa del grande lavoro svolto con elogiabile impegno e competenza dalla commissione Bilancio – per esplicito impulso del Governo nella persona del sottosegretario Vegas, che questa mattina era presente in commissione Bilancio.

Devo dedurre che il gesto di buona volontà che ci era richiesto non avesse un significato preciso e che, comunque, si trattava di una buona volontà a senso unico, di una fiducia da esprimere a occhi chiusi. Di conseguenza, comprendo coloro che non hanno ritirato gli emendamenti perché, se lo avessero fatto, sarebbero stati beffati. I cinque emendamenti sopravvissuti non rappresentavano un pericolo per la riforma e per i conti dello Stato. Di uno ha parlato poco fa l’onorevole Benetto Ravetto e del più importante parlerà tra poco l’onorevole Lantella. Se un pericolo si correva con quest’ultimo, era che la riforma diventasse veramente innovativa, dando realmente libertà di scelta ai cittadini (che è quanto noi abbiamo chiesto e proposto in campagna elettorale). In realtà, la proposta al nostro esame, ahimè, non si muove in tale direzione: il fatto che si agevolino certi istituti piuttosto che altri per quanto riguarda la previdenza integrativa non ha senso, perché se vi è l’obbligo di versare somme sempre più consistenti alla previdenza obbligatoria, rimane assai poco spazio e per pochi sulla previdenza integrativa.

Un altro emendamento proponeva per chi scegliesse di andare in pensione prima dei fatidici 65 anni le stesse penalizzazioni previste dalla proposta del Governo Berlusconi, nella misura cioè del 3 per cento all’anno. È sfuggito a molti che le penalizzazioni proposte dall’attuale disegno di legge sono assai più pesanti: chi decidesse di andare in pensione a 64 invece che a 65 anni avrebbe una penalizzazione del 3,77 per cento invece che una del 3 per cento; chi decidesse di andare in pensione a 63 anni avrebbe una penalizzazione del 7 per cento anziché del 6 percento, come previsto nella proposta Berlusconi. Essendo cambiato completamente il criterio di calcolo, la cosa non è stata così visibile – grazie anche alla copertura dei media, dei sindacati e del potente apparato che ha difeso la riforma, la quale ha senz’altro lati pregevoli. Se tale emendamento fosse stato sottoposto al voto, sarebbe stato respinto in quanto palesemente più generoso: esso, infatti, avrebbe avuto un effetto meno forte sui conti pubblici. Sarebbe, dunque, stato chiaro che la riforma che adesso si propone è più severa, sotto questi aspetti, di quella che a suo tempo fu proposta dal Governo Berlusconi e che fece scendere, più o meno spontaneamente, milioni di lavoratori in piazza.

Un altro emendamento avrebbe equiparato nel regime transitorio lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti: vi era il pericolo che la riforma contenesse realmente elementi di armonizzazione…

Insomma, sarebbe stato interessante esaminare questi emendamenti. E penso sarebbe stato altrettanto interessante esaminarne altri, presentati da Gruppi diversi dal nostro.

Ora ci troviamo di fronte al maxiemendamento del Governo così com’è. Il nostro senso di responsabilità e la constatazione della realtà ci inducono a ritenere che questa riforma sia effettivamente necessaria. Ho sfogliato poco fa la rassegna stampa riguardante la riforma previdenziale del dicembre scorso: illustri economisti a gettone dichiaravano che la necessità della medesima era tutta un bluff, che in realtà i conti non erano così negativi come si diceva e che, anzi, ve ne erano in attivo. Dunque la riforma, secondo loro, non era necessaria e i pericoli erano ben altri (l’evasione fiscale e così via). Qualcuno è rimasto su questa posizione – e sono i colleghi di Rifondazione Comunista. Altri, invece, hanno improvvisamente cambiato idea, e hanno scoperto che quello che meno di un anno fa definivano un bluff ora è invece una realtà dura che deve essere affrontata con senso di responsabilità e di cui devono farsi carico.

Nutriamo dei dubbi sul testo del Governo perché, se da un lato siamo coscienti della necessità di varare una riforma e che non si poteva andare avanti con il sistema precedente – perché era troppo generoso, essendo stato voluto da un sistema consociativo che ha ottenuto per anni enormi risultati elettorali, dominando la scena politica italiana e portando i conti pubblici del paese allo sfacelo – d’altra parte ci saremmo aspettati che una riforma fosse realmente in grado di riformare e non si limitasse a cambiare determinati parametri facendo ricorso, alla fine, allo stesso tipo di meccanismi e limitandosi a stringere i cordoni della borsa. Questa, infatti, non è una riforma, bensì una mera forma di risparmio, di lesina. Riforma è ben altro. Ci sono pur sempre degli aspetti apprezzabili, come la possibilità di disporre di calcoli definiti basati sulla contribuzione e non su numeri astratti. In tal modo, infatti, si creavano delle disparità tra lavoratori che avevano versato le stesse somme. Vi sono, però, anche degli aspetti discutibili, così come, per altri versi, l’emendamento 1.66 del Governo avrebbe dovuto essere modificato attraverso l’approvazione di un nostro subemendamento – cosa che, purtroppo, non è stato possibile fare.

Siamo sconcertati sentendo che si dà per certo che questa sarà la procedura che verrà seguita per la rimanente parte del disegno di legge. Quello che è certo è che questo provvedimento non è figlio del Parlamento bensì di un accordo tra Governo e sindacati. Pertanto, il Governo, i sindacati e le forze che hanno sostenuto tale accordo se ne dovranno far carico; soprattutto quando, ben presto, si scoprirà che non è sufficiente e che bisognerà porre nuovamente mano a questa riforma, con tutti gli svantaggi che ciò comporterà dal punto di vista della stabilità economica e politica del Paese. Sappiamo, infatti, come tutto ciò incida profondamente, con risvolti anche dolorosi, nella realtà sociale e sulle aspettative dei Cittadini.

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