Criminalità organizzata: se la vogliamo combattere, dobbiamo farlo nel rispetto delle regole, della Costituzione e dei diritti dei Cittadini

Sacrificando la libertà in nome della sicurezza, si finisce per non fare sicurezza e, intanto, si perde un pezzo di libertà

Intervento in Aula nella discussione sul Codice delle leggi antimafia

Signora Presidente, Onorevoli Colleghi,

Forza Italia è sempre stata pronta ad approvare leggi volte a favorire e rendere più efficace la lotta contro la criminalità organizzata, contro le mafie e, quando ha avuto responsabilità di Governo, ha portato avanti una guerra senza quartiere alle organizzazioni criminali – cogliendo anche numerosi successi. Sottolineo che, sotto ogni Governo, tali successi sono soprattutto da attribuire ai magistrati che conducono le indagini e alle Forze dell’Ordine che, con l’azione pratica, mettono in atto le misure che costituiscono il compimento di tutte queste indagini. Anche in questa occasione, abbiamo lavorato e intendiamo continuare a farlo perché il provvedimento in esame sia il più efficace possibile ai fini della lotta alla criminalità organizzata. Lo abbiamo fatto in Commissione e ne ringrazio tutti i componenti, a cominciare dal relatore Lumia, che hanno lavorato a questo testo.

La lotta alla criminalità organizzata può e deve essere condotta anche con strumenti particolari che in altri settori non potremmo introdurre, perché potrebbero essere in contrasto con la Costituzione o anche con documenti di diritto internazionale. La questione della criminalità mafiosa e della criminalità organizzata può e deve essere condotta con mezzi straordinari che incidano in modo efficace nella realtà e possano portare alla sconfitta e, quantomeno, a un efficace perseguimento di questo fenomeno. Esso, peraltro, non inquina soltanto la realtà di tante parti del nostro Paese – ahimè, non più relegate soltanto al Sud ma anche altrove. Purtroppo, infatti, ci sono state quelle che in medicina si definiscono le metastasi, che si sono manifestate anche ben lontano dai luoghi dove tradizionalmente si è abituati a immaginare la presenza di questo fenomeno, che crea danni diretti in tutti i casi in cui incide in modo fortemente negativo su determinate realtà locali. Infatti, nelle aree, nelle situazioni o nei settori dove la criminalità organizzata è attiva, spesso ci si trova di fronte a una fuga delle attività economiche o anche delle singole persone che, non tollerando e non potendo sopravvivere in una situazione di questo genere, lasciano vasti territori del nostro Paese perché temono, o addirittura hanno sperimentato, la realtà dei taglieggiamenti, delle infiltrazioni – a volte anche nella Pubblica Amministrazione e in tutti gli Organi dello Stato (nella politica, ma non solo) – e pertanto, cancellano, la possibilità di una crescita economica e, dunque, le speranze e il benessere di molte persone. C’è dell’altro: non soltanto il danno all’insieme della realtà economica di tante parti del Paese, ma anche un danno all’immagine complessiva del Paese. Pertanto, non possiamo mostrare debolezza nella lotta al crimine organizzato e dobbiamo essere pronti a esaminare, come dicevo, tutte le norme che possono essere d’aiuto in questa lotta.

Non esiste, però, solo la debolezza mostrata da misure troppo blande. Vi è anche un altro modo di manifestare debolezza. Ho citato spesso, parlando di Giustizia e di norme penali in generale, solitamente al di fuori dello specifico argomento relativo alla lotta alla criminalità organizzata, il primo capitolo dei «Promessi sposi» come esempio di manifestazione di debolezza che si rivela non perché vengono approvate leggi troppo blande, ma perché si approvano leggi esageratamente severe che indicano molto spesso un insuccesso nell’applicare le leggi normali – quindi un insuccesso di carattere generale. Manzoni ce ne fornisce un esempio citando le famose gride, promulgate nel nostro Paese nel XVI secolo, alcune anche nel XVII, per combattere il fenomeno dei “bravi” che aveva molti aspetti simili alla criminalità organizzata di cui parliamo oggi. Nel parlare del fenomeno dei “bravi”, Manzoni cita, appunto, le gride – una sorta di decreti con i quali si stabilivano severe pene per coloro che si comportavano da bravi, compiendo estorsioni, effettuando soprusi vari ai danni di altre persone, imponendo determinate realtà, impedendo matrimoni e quant’altro. Per costoro erano previste pene severissime oppure l’ordine di lasciare entro cinque giorni il Paese.

L’inefficacia di tali norme si vedeva dal fatto che, pochi anni dopo, ne venivano emanate di ancora più severe, secondo le quali bastava il sospetto o la fama – e qui, purtroppo, ci avviciniamo ad alcuni aspetti del provvedimento che stiamo trattando – di essere uno di questi “bravi” per incorrere non già nell’allontanamento ma, addirittura, in pene corporali, multe e reclusione, in alcuni casi ad arbitrio di Sua Eccellenza. Queste norme, anch’esse evidentemente inefficaci, qualche anno dopo venivano reiterate, a volte ripetendo le norme già emanate precedentemente. Anche in questo caso vediamo una tecnica applicata talvolta anche in questi anni, quando una legge c’è e se ne fa un’altra uguale per dare il famoso “segnale”. Il vero segnale che noi dovremmo dare quando facciamo le leggi è che siano efficaci, che funzionino e che facciano il bene del Paese. Queste ulteriori gride, ci dice Manzoni, si estendevano non soltanto a chi aveva fama di essere uno di questi malviventi, uno di questi “bravi”, ma anche a coloro che vestivano nel modo in cui generalmente vestivano costoro, anche se portavano solo il ciuffo – un espediente che molti “bravi” usavano e che consisteva in un ciuffo generalmente trattenuto da una reticella che, se veniva rimossa, lasciava che i capelli coprissero il volto – che consentiva una legittima e apparentemente casuale copertura del viso. In tal modo, venivano criminalizzati comportamenti che, di per sé, non costituivano alcun crimine (avere i capelli lunghi non è pericoloso per nessuno, al limite per chi li porta se gli vanno davvero negli occhi) solo per far vedere che si facevano le cose sul serio.

In questo caso, nel provvedimento in esame ci sono delle parti che lasciano quantomeno perplessi. All’articolo 1 si propone di estendere alcune misure cautelari – che possono essere utili, in determinati casi, per gli indiziati di una serie di reati che possono avere a che fare con la criminalità organizzata – anche a casi in cui palesemente non vi è alcun nesso con la criminalità organizzata. Quando le norme speciali, per così dire di emergenza – norme rispetto alle quali si possono giustificare alcune limitazioni dal punto di vista delle garanzie per i Cittadini, anche rispetto a quanto afferma la Costituzione – vengono applicate a situazioni, appunto, speciali, è un conto; ma, quando queste norme vengono estese a situazioni che di speciale non hanno nulla, è un altro conto, anche se si tratta di situazioni certamente esecrabili. Infatti, come è stato detto dal senatore che mi ha preceduto, tutti i reati, se le leggi sono scritte bene, sono odiosi, per cui si dovrebbe applicare qualunque misura a qualunque reato, ma questo può andare bene dal punto di vista filosofico e non dal punto di vista pratico e neanche dal punto di vista del rispetto del Diritto: ci devono essere risposte proporzionate alla gravità del reato e alla sua pericolosità. Se si estende qualche misura a tutti, corriamo una serie di rischi – fra i quali il primo, che mi sembra il più grave, è quello di scrivere una legge che può essere incostituzionale e che la sua incostituzionalità venga estesa all’intera struttura della norma, con il pericolo che persone alle quali ben si attaglierebbero queste norme speciali o emergenziali possano poi invocarne l’incostituzionalità. E sarebbe davvero paradossale subire una sconfitta non già sul campo – dove non sempre le azioni di indagine, di arresto e di contrasto alla criminalità possono avere successo (in tutte le guerre è impossibile vincere su ogni singolo confronto) – ma davanti alla Corte costituzionale. Questo sì che sarebbe un danno pesantissimo per il nostro Paese: una norma contro la mafia bocciata dalla Corte costituzionale.

Sappiamo bene, tra l’altro, come l’informazione crea una sintesi delle notizie e come l’informazione straniera nel trattare dell’Italia, a volte in totale malafede, estenda all’intero Paese in particolare le questioni che riguardano la mafia (ricorderete bene, ormai tanti decenni fa, quell’immagine di copertina con la pistola nel piatto di spaghetti e altre allusioni di questo genere). Noi non abbiamo bisogno di queste cose. Noi abbiamo bisogno certamente di una lotta efficace, di norme che rispondano alle esigenze delle indagini, ma abbiamo anche bisogno di non dimostrarci deboli e inefficaci; perché oggi non è debole e inefficace la lotta alla criminalità organizzata, per cui non dobbiamo approvare norme che somiglino alle gride – quelle certamente inefficaci, eccessive e velleitarie dell’Italia del Cinquecento e del Seicento descritta dal Manzoni – perché otterremmo l’effetto opposto. Credo che ben altri siano gli strumenti che devono essere usati per dare il messaggio chiaro che si è contro ogni tipo di illegalità, e questo deve venire dai massimi vertici del Paese – a cominciare, naturalmente, dal Parlamento, dal Governo e da tutte le strutture della Pubblica Amministrazione. Non dobbiamo arrivare a citare il fatto che il Governo non metta in atto una sentenza della Corte costituzionale, magari riguardante le pensioni. Non dobbiamo arrivare a citare il fatto che certe norme, che impongono di indire gare di appalto per determinati settori della nostra economia, poi vengano apertamente aggirate. Dobbiamo fare esattamente il contrario, ossia cercare di porre rimedio a questi che indubbiamente sono dei vulnera alla nostra Giustizia, all’immagine del nostro Paese e di tutti coloro che in generale amano la Giustizia – al di là, naturalmente, di quella amministrata nei tribunali.

Dobbiamo prevenire questi contrasti – sia evitando misure fuori luogo e non giustificate dalla realtà, sia vegliando affinché, a cominciare dagli atti compiuti dai massimi organi istituzionali del nostro Paese, si percorra sempre il solco della più rigorosa ed efficace legalità.

Per questo auspico che, nel prosieguo dell’esame del provvedimento, si ponga rimedio ad alcuni aspetti. Come ho detto, infatti, determinati reati – che non sono direttamente configurabili come reati di criminalità organizzata – indubbiamente possono esserlo, e quindi estendere determinate misure preventive a tali casi può avere una sua giustificazione. Ma estenderle a qualunque fattispecie, ovvero a reati che oggi magari sono sotto la particolare attenzione dell’opinione pubblica (dieci anni fa sarebbero stati altri, tra dieci anni se ne vedranno altri ancora), sarebbe sintomo di debolezza e di scarso rispetto del Diritto, di cui la nostra Costituzione è certamente un modello, e non servirebbe a garantire ciò che serve: una lotta alla criminalità organizzata, la cui efficacia deve essere sempre perseguita, ma in termini di correttezza. Se si vuole combattere – e tutti certamente vogliamo farlo – la criminalità, in particolare quella organizzata, dobbiamo farlo nel rispetto delle regole, della Costituzione e dei diritti dei Cittadini.

Ricordiamo quanto detto da un celebre pensatore: coloro che pensano di sacrificare parte della propria libertà per avere più sicurezza, non meritano e non conserveranno né l’una, né l’altra. Per cui attenzione: sacrificando la libertà in nome della sicurezza, si finisce per non fare sicurezza e, intanto, si perde un pezzo di libertà. Sono convinto che tutte le parti politiche rappresentate in quest’Assemblea abbiano la volontà di rispettare la nostra Costituzione, di rispettare e far rispettare la legge e i diritti dei Cittadini, i quali sono – come dice la Costituzione – innocenti fino a che non viene dimostrato il contrario.

Per quanto riguarda le norme nei confronti degli indiziati (e la parola «indiziati» ricorre diverse volte all’articolo 1 del provvedimento), facciamo attenzione: tutte le volte che si toccano gli indiziati, diamo un’occhiata alla Costituzione e al diritto internazionale e cerchiamo di scrivere norme che distinguano chiaramente lo Stato e la legalità. La Costituzione è la fonte della nostra legalità. Chi è fuori dalla legalità deve essere combattuto, ma dobbiamo farlo con le armi del Diritto e della nostra Costituzione.

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